LE MANI DI MIO PADRE. IRINA SCHERBAKOVA NOBEL PER LA PACE

“I miei primi ricordi coscienti iniziano con i giorni della malattia di Stalin e della sua morte nel marzo del 1953”.

Aveva quattro anni quando morì il dittatore russo, Irina Scherbakova, la scrittrice russa a cui è stato riconosciuto il Nobel per la Pace nel 2022 e che si è prodigata perché coloro che morirono durante le persecuzioni dell’epoca staliniana fossero riabilitati e ricordati. Lo scrive nel suo libro: Le mani di mio padre, edito lo scorso anno dalla casa editrice Mimesis e che quest’anno ha vinto la XII edizione del premio Friuli Storia. Il tema della memoria segna il percorso   di questa opera storico-politica e autobiografica.

La storia della sua famiglia, cominciando dai ricordi della bisnonna Etlja Jakubson per giungere fino al 2021, si intreccia con la complessità e varietà del clima politico, sociale e culturale dello stato sovietico che, a partire dalla rivoluzione di Lenin giunge fino alle guerre dell’era putiniana.

Attraverso le aspettative, i desideri e le delusioni dei componenti della sua famiglia, bisnonni, nonni e genitori e, degli amici che ruotano intorno al suo nucleo familiare, si disegna l’affresco di un popolo.

Irina Scherbakova, appartenente a una famiglia ebraica di origini ucraine, diventa portavoce di racconti e vicende che provengono da persone vicine a chi deteneva il potere e per questo sicuramente interessanti per conoscere da vicino la complessità di un grande paese come l’U.R.S.S., poi diventato Russia.

Il nonno Jakov era stato trasferito nel 1924 a Mosca per decisione del Comitato Centrale del partito e da allora fino al 1943 fu collaboratore della segreteria politica, l’assistente del segretario del Comitato Esecutivo e redattore della rivista “L’internazionale comunista”. Jakov nutriva, come molti ebrei, una grande fede nel potere sovietico, ma conservava comunque in cuor suo il timore che il suo destino e quella della sua famiglia fossero appesi ad un filo.

In 14 mesi, dall’agosto del 1937 al novembre del 1938, il Commissariato del popolo per gli Affari Interni arrestò più di un milione e mezzo di persone, delle quali più di 700.000 vennero uccise.  I destini cambiavano in fretta. E all’hotel Lux, l’ostello del Comintern, dove i nonni, la zia  e sua madre  vissero fino al 1943, e dove le sue trecento stanze erano occupate da 600 persone, soprattutto emigranti politici e funzionari di partito rifugiatisi in U.R.S.S., nelle memorie di chi sopravvisse alle purghe staliniane si scopre la paura.

“Ogni notte delle auto si fermavano davanti al Lux. Dal balcone vedevamo come i nostri compagni, i nostri amici, venivano costretti a salire sulle auto. E li portarono via per sempre. E al mattino, donne e bambini in lacrime vagavano per i corridoi. Avevamo tutti paura, paura l’uno dell’altro, paura di tutti e per tutti”.

La nonna Mira, ad esempio aveva due amiche intime al Comintern, che furono entrambe vittime, in quegli anni, “dell’operazione polacca”.

Nel libro che copre cent’anni di Storia, l’autrice che ha la fortuna di appartenere ad una famiglia dell’intellighenzia russa e che ha amato fin da piccola leggere, mostra quanto la cultura, nello specifico la letteratura, sia espressione e voce del suo popolo. Emergono sia gli autori classici come Dostoevskij, Tolstoj, ma anche i molti le cui opere vennero censurate in epoca staliniana e post-staliniana. Furono perseguitati letterati e artisti, costringendo molti all’esilio, al silenzio o alla repressione, con casi emblematici come Bulgakov, Pasternak, Grossman, per citare solo alcuni dei più famosi scrittori, assai noti anche nel mondo occidentale.

Ma le loro idee scorrono come linfa e non innervano solo il libro, ma hanno saputo creare un humus culturale dove la poesia ricopre un ruolo salvifico, come nell’opera di Anna Andreevna Achmatova e Osip Mandel’štam, fra i maggiori poeti del Novecento.  

Ci sono, in particolare, i libri bomba, come il grande romanzo autobiografico di Solzenicyn, “Arcipelago Gulag”, o quello della scrittrice Evgenija Solomonovna Ginzburg Viaggio nella vertigine, che raccontano la dura vita nei gulag.

Viaggiamo dentro il disgelo di Kruscev e durante la perestroika di Gorbaciov, dentro una Storia che mostra la complessità di un paese dagli estesi confini.

Ci fermiamo all’inizio dell’invasione dell’Ucraina, quando Irina Scherbakova decide di lasciare il suo paese rinunciando di credere nella possibilità di una vita libera e democratica nel suo paese.

                                                                        Patrizia Lazzarin