DIMMI CHE SEI STATA FELICE. MARIA GRAZIA CALANDRONE

Il romanzo inizia così: con scene di bimbi che giocano nel quartiere San Lorenzo a Roma, prima dello scoppio di una bomba che ribalterà i destini di intere famiglie in quel rione. 19 luglio 1943. Il silenzio dei vivi e dei morti, sottotitola il primo capitolo dell’ultimo romanzo di Maria Grazia Calandrone, Dimmi che sei stata felice, edito da Einaudi.

Uno scenario quasi palpabile nei suoni e nelle tinte racconta le vite che in pochi secondi si trasformano in sangue e polvere. Sembra un filo tirato nello spazio, quel misterioso confine fra gioia e infelicità, speranza di cambiamento e disillusione, pronto a spezzarsi restituendo la consistenza dell’imprevedibile.

Nel libro di questa poetessa e scrittrice si avvertono già dalle prime pagine, le due anime che danno solidità alla sua scrittura. Nel romanzo gli avvenimenti del periodo sono tracciati con una partecipazione in grado di restituire la portata sociale e politica dei fatti e dei sentimenti che ha provato chi li ha vissuti. In scena i protagonisti di questo periodo storico che arriva a narrare le vicende accadute fino ai giorni nostri.  

Il prima e il dopo delle vite di queste donne che incontriamo lungo il racconto. Felici prima? Dopo?  Per quanto? Fioriscono gli amori fra giovani ragazzi.  Nasce contrastato il sentimento fra Aurora e Viola. Generazioni di donne, ognuna figlia del suo tempo, ma con nei cromosomi anche un atavico dolore, conservano nel loro animo la solitudine delle loro esistenze e mostrano la caparbietà della loro voglia di cambiare la società.

Dentro il romanzo, si respira la Storia che negli anni del dopoguerra è caratterizzata da cambiamenti epocali e ha visto il nascere di tanti sogni e speranze.

Ma di lì a poco esploderanno le bombe non più dei vincitori. Sono gli stessi italiani ad usare la violenza come strumento di lotta politica, in particolare le frange di estrema destra.

Numeri e sangue: 12 dicembre 1969 la strage di Piazza Fontana, 28 maggio 1974 un ordigno scoppia sotto Piazza della Loggia, a Brescia, nello stesso anno, ai primi di agosto, un’altra bomba sul treno dell’Italicus, ci sono poi le lotte fra militanti di destra e sinistra che lasciano a terra fra il 1977 e il 1978 una ventina di giovani, il sequestro e l’uccisione dello statista Aldo Moro nel ’78 e ancora la bomba alla stazione di Bologna il 2 agosto 1980.

Accanto alle notizie di nera che, come l’inchiostro di una piovra, oscurano le vite degli italiani e riempiono le pagine dei giornali, ci sono anche le riforme del lavoro, le leggi a favore delle donne, l’approvazione delle leggi sul divorzio e sull’aborto che segnano il cambiamento di un’era.

La voce lirica di Calandrone si fa lungo le pagine del romanzo sempre più forte, i capitoli si accorciano per lasciare alle parole lo spazio utile a costruire visioni.  E rimangono quegli spazi bianchi, a fine pagina, che l’autrice sembra quasi giustificare.

 I termini, come nella poesia, condensano i significati in brevi frasi per restituirci i colori, i suoni, gli odori e i profumi del nostro esistere e dell’universo. Non sembra esserci distinzione fra noi e quello che ci circonda. Il mare, elemento acqueo quasi onnipresente nella seconda parte del romanzo, penetra il mondo.

L’aria e le cose sembrano ramificarsi fino a lambire il corpo degli umani. Noi e la materia prima e dopo il grande Big Bang. Un magma che si ricrea a partire dalle stelle e con flashback che, altalenano fra il futuro e il presente, rigetta nel grande calderone ogni elemento vivo e inanimato.

Un senso panico di cui sperimentiamo la consistenza materica diventa strumento anche per un’azione di denuncia. Lirica e Storia in Calandrone vanno a braccetto. Le descrizioni incisive restituiscono la misura dei danni che il volteggiare nell’aria delle particelle di amianto che si staccano dalle palazzine di Nuova Ostia provocano sulle vite e sui polmoni degli abitanti conducendole ad una  morte certa. Sono parole che si avvalgono del loro potere evocativo per scuotere le coscienze.

Leggendo il romanzo, le immagini che si succedevano, mi hanno ricordato per il loro sentimento della Natura, una poetessa greca, Saffo, vissuta tra il 630 e il 570 avanti Cristo, tanto famosa già ai suoi tempi e ammirata anche dal filosofo Platone.

                                                                 Patrizia Lazzarin