LUNGO VIAGGIO VERSO LA NOTTE

Tutti quei libri e la luce soffusa: una visione frammentata lungo una  prospettiva che si proietta in lontananza. Due alte librerie costruite con legno simile a betulla, si alzano ricolme di libri fino al soffitto, dentro un ambiente che ricorda un salotto nel divano, sedie e tavolini sparsi. Appare uno spazio chiuso da lunghe e sottili sbarre trasversali, guardando il palcoscenico su cui è allestita la scena. Cosa ci comunica questo ricco vocabolario di simboli che traspare nella geometria delle cose davanti a noi?

Attrici del dramma sono le ferite che indossano abiti fatti di alcool e morfina e, nel loro ondeggiare indietro e avanti nel tempo, tormentano i membri della famiglia: la moglie Mary, il marito James, i figli Edmund e Jamie. L’opera Lungo viaggio verso la notte, in questi giorni nel cartellone del Teatro Goldoni di Venezia, è il capolavoro del drammaturgo statunitense Eugene O’ Neill che ritrasse con estrema lucidità la sua famiglia.

Il padre era stato un attore di grande successo, come il protagonista della sua opera teatrale, in declino quando egli scrisse l’opera tra il 1941 e il 1942, la madre pianista era bigotta e morfinomane, il fratello alcolizzato e lui già ammalato.  Lungo viaggio verso la notte, dopo la morte dell’autore vinse nel 1957 il Premio Pulitzer per la drammaturgia ed è considerato il capolavoro dello scrittore statunitense che, già nel 1936, aveva ricevuto il premio Nobel per la letteratura.

Lo spettacolo debuttò solo dopo la sua morte, come da richiesta di O’ Neill, il 2 febbraio del 1956 al Royal Dramatic Theatre di Stoccolma. La prima in Italia fu nel 1957 al Teatro Valle di Roma a cura di Renzo Ricci. Dell’opera, Sidney Lumet diresse la regia per il primo adattamento cinematografico nel 1962 con Katharine Hepburn e Ralph Richardson.

Scrive il regista Gabriele Lavia: “Quella casa è, in fondo proprio la casa di O’ Neil: e qui sta il cammino tortuoso di una possibile messa in scena -in – scena – viaggio di quest’opera davvero amara, scritta da un uomo ormai vicino alla morte, per fare un viaggio all’indietro nella sua vita. Un viaggio impietoso dentro l’amarezza di un fallimento senza riscatto …”

I protagonisti della piece teatrale guardano al passato, alla ricerca dei motivi che hanno causato lo stato di sofferenza in cui vivono.  Ognuno di loro getta colpe di ciò che è stato, che potrebbe non essere accaduto, sugli altri. Accuse che non vorrebbero scagliare, ma che cadono come pietre lapidando il vissuto di una famiglia.

In scena vi è il dolore. Quello che avvolge Mary, la moglie e madre che ha perso un bambino di due anni e per questo ha sensi di colpa, a cui somma quello per il figlio Edmund che si ostina a credere, per non “scoppiare di crepacuore”, sia afflitto solo da mali di stagione e non da tubercolosi. E, l’altro figlio avvinazzato e il marito che beve e beve, ma l’alcool lo regge e non ha mai mancato uno spettacolo. Dice Mary che si fa di morfina: “Amo la nebbia perché ti nasconde al mondo e nasconde il mondo a te … Nessuno può più trovarti né toccarti”.

Mary bella, come quando compare con il vestito da sposa a fine opera, rivela nella sua riuscita interpretazione, l’abisso di un’anima: la sua disperazione.

La vita è un sogno, … declama James, il marito, citando più volte Shakespeare, dove noi umani annaspiamo fra dubbi e realtà. A noi che guardiamo e ascoltiamo lo spettacolo si materializza come un labirinto che ci riporta a Luis Borges.

Dentro l’alcool annegano anche le vite di Jamie ed Edmund per motivi differenti, all’interno di un sistema famiglia e società in cui nessuno è davvero colpevole, nessuno è innocente.

Lungo viaggio verso la notte ha la regia Gabriele Lavia
e come attori lo stesso  Gabriele Lavia nei panni di James , Federica Di Martino in quelli di Maria, i figli Jamie ed Edmund rispettivamente Jacopo Venturiero e  Ian Gualdani e la governante – cuoca, Beatrice Ceccherini.

                                                                      Patrizia Lazzarin