SABATO, DOMENICA E LUNEDÌ DI EDUARDO DE FILIPPO AL TEATRO VERDI

Annusiamo nell’aria. Ci pare di sentire il profumo di quel ragù napoletano che la signora Rosa, mentre è ai fornelli, sta rimestando nella pentola con estrema cura. La commedia di Eduardo De Filippo: Sabato, domenica e lunedì, in cartellone in questi giorni al Teatro Verdi di Padova, è il capolavoro del noto drammaturgo e attore, capace ancora di regalarci il sapore di un’epoca e i colori vivaci di una famiglia, dentro una cucina prima e, poi nella sala da pranzo, dove si consuma il rito del pranzo del giorno di festa.

Il ragù domenicale diventa il simbolo di una vita spesa al servizio della famiglia, come disse un tempo anche lo scrittore e giornalista Raoul Radice.

E quell’esplosione di profumi mediterranei che sono tipici della cucina campana dove sono protagonisti il basilico fresco, l’origano, la mozzarella di bufala, il pomodoro San Marzano e naturalmente il sapore intenso della cipolla nel ragù, ci conduce in quello che era il luogo dove soprattutto o solo, si misurava l’autorevolezza femminile in un tempo non lontano.

Dentro ritroviamo quell’umanità che si tinge della sapienza di nonne e bisnonne che hanno saputo conservare con gelosa sollecitudine saperi tramandati di generazione in generazione. La cucina era il loro regno e un’aura di rispetto e quasi di ossequio caratterizzava i commensali di quelle grandi tavolate dove si riunivano insieme figli, nipoti, zii, nonni e cugini e anche amici e vicini.

Come accade in casa della famiglia Priore, in questa commedia che ha la regia di Luca De Fusco già direttore al Teatro Stabile del Veneto dal 2000 al 2010, poi al Teatro Stabile di Napoli nel decennio successivo e ora alla Fondazione di Roma.  

Le riunioni familiari della domenica diventano un’occasione per fare teatro nel teatro e svelare in questa commedia, sostanzialmente intimista, i pericoli che si possono nascondere nel quieto tacere o meglio ancora, nei silenzi all’interno di una coppia. Si parla di tutto, alla sera, finalmente tranquilli, stesi sul letto, ma non si dice nulla che tocchi la profondità del sentire della propria anima.

E a controbilanciare quel potere delle donne di un tempo, in cucina, c’è anche l’amore del marito Peppino che sfuma toni di misoginia nelle aspettative delle camicie stirate dalla moglie e non dalla cameriera.

La commedia fu messa in scena per la prima volta nel 1959, il 6 novembre, al Teatro Quirino di Roma. All’epoca, Eduardo De Filippo aveva 59 anni, due anni più del suo protagonista Peppino.

La ricerca del commediografo sul linguaggio napoletano, soggetto a continua revisione per consegnarne la piena funzionalità, ma anche in particolar modo il suo lavoro di adattamento rivolto a rendere comprensibili termini che potevano risultare ermetici per un popolo non partenopeo, sanno descrivere la vita nelle piccole sfaccettature di un mosaico.

Il critico teatrale e regista Vito Pandolfi scrisse riferendosi all’impianto dell’opera e citando Čechov : “L’azione viene a dipanarsi lungo i tre atti, nel modo tradizionale, ma ogni atto è costruito a piccoli frammenti scenici che si giustappongono come le tessere di un mosaico, e la verosimiglianza è sempre rispettata accuratamente sia negli avvenimenti che nei personaggi che, nelle loro battute, togliendo ogni sapore romanzesco e ricollegandosi alla grande scoperta compositiva di Čechov, per la quale un “montaggio” della realtà quotidiana, adeguatamente offerto, ne rivela il sostrato, il senso, il perché”.

Fra passato e presente si muove la commedia. La zia Memè che è l’unica “intellettuale“ della grande famiglia, legge il Gattopardo di Tomasi di Lampedusa, appena fresco di stampa e con naturalezza, per quanti non lo sapessero, divulga, a tavola, la storia avuta con il suo amante.

Giulianella, la figlia di Rosa e Peppino, rivendica una diversa emancipazione femminile rispetto a quegli anni Sessanta in cui vive, cercando diversa considerazione e rispetto da parte del suo fidanzato.

A far da contraltare alla vena scoppiettante dei coniugi Priore, il ragioniere Ianiello che, nella sua compostezza ed eleganza mai abbandonata durante l’intera rappresentazione, definirà  la zia Memè “classica”, invece che scombinata, come la stessa con spirito di ironia, invece si qualifica, alludendo a cosa di lei invece possano  pensare lo stesso  ragioniere e gli altri.

                                                                        Patrizia Lazzarin