L’UMILTÀ DI SAN FRANCESCO EMERGE NEL  CIMABUE RESTAURATO

La Madonna in trono col bambino, angeli e san Francesco del pittore Cimabue torna nuovamente a rilucere nella basilica umbra dopo il restauro. L’opera  conosciuta come la Maestà di Assisi ha significato anche   in qualità di  documento storico poiché in essa appare  uno dei ritratti più antichi di san Francesco,

Marco Moroni, custode del Sacro convento di Assisi ha evidenziato,  durante la  conferenza stampa di venerdì scorso, come la figura  di san Francesco appaia  in questo affresco più vicina a come egli era noto.

“Vediamo qui un Francesco povero, umile, nella sua semplicità  e con le stigmate a differenza dell’opera della volta delle vele di Giotto, sopra l’altare, dove appare vestito d’oro e servito dagli angeli. Francesco che va incontro a tutti e sente tutti come fratelli. Questa dimensione del santo è quella più vera. Dobbiamo ringraziare  Cimabue per tale interpretazione”.  

Venerdì vi è stata la presentazione e lo svelamento dell’affresco a conclusione dei lavori di restauro realizzati da un’équipe della Tecnireco, diretta dal capo restauratore della Basilica di San Francesco, professor Sergio Fusetti,  grazie al contributo della casa automobilistica Ferrari.

Una pietra miliare perché Cimabue è stato  uno dei primi  protagonisti del rinnovamento della pittura italiana. Secondo lo storico Vasari: con lui la “maniera greca” dello stile bizantino cede il passo a quella “latina”. Compare ora  una nuova naturalezza nelle figure e un’attenzione alla raffigurazione dello spazio. Le  opere realizzate da Cimabue in un arco cronologico che va dal 1265 circa al 1302, anno della sua morte, vengono considerate come  l’immediato precedente di Giotto.

Opinione questa che appartiene già ai contemporanei di Cimabue, come Dante che lo scrisse in un celebre passo della Divina Commedia dove  fa esplicito riferimento alle “novità” e al successo dell’arte giottesca. Nel Purgatorio si legge infatti: «Credette Cimabue ne la pittura / tener lo campo, e ora ha Giotto il grido, / sì che la fama di colui è scura».

Nella Basilica di San Francesco ad Assisi, diventata il simbolo del rinnovamento della pittura italiana del Duecento a  Cimabue spettano le Storie angeliche  nel transetto sinistro, quelle apostoliche  in quello destro e nell’abside le Storie della Vergine e l’immensa volta coi Quattro evangelisti. Da qui il pittore e la sua bottega passarono nello spazio della navata dove decorarono i sottarchi della quarta campata e la relativa volta colpita dal crollo del terremoto del 1997.

 Il restauro dell’affresco  era  iniziato a gennaio 2023,  dopo  50 anni dall’ultimo intervento, ed è servito un  anno di lavoro per poterlo completare. Databile tra il 1285 e il 1290,  esso è  la prima opera realizzata da Cimabue all’interno della Basilica ed è ubicato  nella parte destra del transetto settentrionale della chiesa inferiore della Basilica.  

  “Sono estremamente grato al professor Fusetti, alla sua équipe e ovviamente a Ferrari – ha detto fra Marco Moroni – per la sinergia che ha permesso di portare a nuovo splendore un’immagine che non è solo un’opera d’arte, ma è, per noi francescani e per tutti i devoti del Santo, un richiamo dall’alto valore simbolico alla figura e ai valori di san Francesco stesso”.

“Tutto ciò è particolarmente significativo mentre ci prepariamo al grande centenario francescano del 2026 in cui celebreremo gli 800 anni della pasqua del Santo di Assisi“, ha aggiunto il custode.”Il ritratto di san Francesco, rappresentato in questo capolavoro di Cimabue, ci riporta necessariamente alla sua figura storica che manifesta ancora oggi una straordinaria attualità e continua ad essere fonte di provocazioni profonde per ciascuno di noi, per la Chiesa, per il mondo intero”, ha concluso fra Moroni.

Durante la conferenza stampa, moderata da Cristina Roccaforte, responsabile dell’Archivio storico del Sacro Convento, sono state  illustrate nei dettagli le vari fasi del restauro.  Il prof. Elvio Lunghi, noto esperto del patrimonio artistico custodito dalla Basilica di Assisi, ha parlato del valore spirituale che la Maestà del Cimabue ha ricoperto lungo i secoli per le comunità francescane del Sacro Convento che hanno più volte manifestato la fedele volontà di conservare l’affresco, proprio per la sua stretta connessione con la vita di preghiera in Basilica.

                                                                              Patrizia Lazzarin