L’ARTISTA ANA SILVA A BERGAMO

Il GAMeC – Galleria d’Arte Moderna e Contemporanea di Bergamo presenta dal 25 febbraio, Eau, la prima mostra personale dell’artista angolana-portoghese Ana Silva in un’istituzione italiana.
Ispirato al pensiero del pedagogista brasiliano Paulo Freire, che concepisce l’educazione come pratica di libertà, il programma è il frutto di una costante coprogettazione tra Sara Tonelli e Rachele Bellini del Dipartimento Educativo e le curatrici Sara Fumagalli, Valentina Gervasoni e Irene Guandalini.
L’esposizione ideata da Ana Silva nasce in collaborazione con una rete di ricamatrici locali, invitate dall’artista a intervenire su alcune sue opere tessili e affronta un tema importante e una delle crisi più gravi del nostro tempo: l’accesso all’acqua.
Per la produzione dei suoi lavori, Silva affida in una prima fase i soggetti da lei ideati e disegnati a ricamatori angolani, solo agli uomini, infatti, è consentito utilizzare la macchina da cucire in Angola, per poi terminare lei stessa le opere, aggiungendo a mano decorazioni, glitter e paillettes.
Attraverso il linguaggio del ricamo — tradizionalmente associato alla cura, alla memoria e alla resistenza — l’artista denuncia la carenza di acqua e rende visibile una realtà in cui questa non rappresenta un diritto, ma un privilegio. Ogni punto testimonia silenziosamente un bisogno fondamentale negato, sottolineando il contrasto tra il gesto delicato del ricamo e la drammaticità del tema.

Il suo lavoro prende forma a partire da un gesto semplice e radicale: il recupero di tessuti, pratiche e saperi femminili a lungo relegati allo spazio privato.
I tessuti industriali utilizzati dall’artista per la produzione dei suoi lavori sono portatori di un vissuto: prodotti in massa in Africa o per l’Africa, e un tempo centrali nella vita quotidiana, finiscono oggi per accumularsi, essere dimenticati, sostituiti, trasformati in rifiuti di un sistema globale di produzione e consumo accelerato. Ana Silva si inserisce in questo ciclo, recuperando e risemantizzando i materiali scelti; attraverso la pratica del ricamo rallenta il tempo industriale e introduce una temporalità diversa: manuale, ripetitiva e corporea.
L’artista vive e lavora tra il Portogallo, il Brasile e l’Angola, muovendosi tra una diversità di territori, esperienze e culture che si riflette nelle sue opere, in particolare nel modo in cui ritrae le figure femminili: presenze fragili, incomplete e integrate in pattern geometrici che richiamano produzione in serie, mercati globali ed eredità coloniali ancora in atto.
Intervenendo su questi pattern attraverso il ricamo, l’artista introduce un’interruzione, un respiro. Il gesto manuale reinscrive il tessuto industriale in un ecosistema più ampio in cui la sostenibilità non è soltanto una questione ambientale, ma anche culturale e sociale.

Sostenere significa prendersi cura, rattoppare, prolungare la vita di ciò che sembrava destinato allo scarto. Inoltre il disegno libero, i fili a vista e l’assenza di una finitura contribuiscono a rafforzare il rifiuto di un’identità fissa o di un’unica narrazione: le figure sono corpi in costruzione.
La mostra presenterà inoltre al pubblico un corpus di lavori precedenti di Silva, che ripercorre l’evoluzione della sua ricerca artistica: la serie O Fardo / Vestir Memórias, composta da opere realizzate con sacchi di plastica e rafia utilizzati per il trasporto di abiti dall’Europa all’Africa, destinati ai mercati dell’usato.
Questi sacchi, colmi di vestiti ma legati anche a storie e a percorsi invisibili, vengono sottratti alla loro funzione originaria e riconfigurati come superfici narrative.
La scelta del supporto non è neutra: il materiale, originariamente associato allo scarto, mette in luce asimmetrie economiche e interroga i circuiti del consumo.
I lavori presentati in mostra affrontano l’ecologia intesa come relazione tra corpi, materiali, storie e sistemi di produzione. Silva si chiede quali storie possano essere raccontate a partire da ciò che è stato dimenticato o scartato.
Patrizia Lazzarin
