
Le sale del museo Peggy Guggenheim, a Venezia, accoglieranno da domani i visitatori per un’immersione nell’arte della portoghese Maria Helena Vieira da Silva. Saranno visibili molte sue opere che ne illustrano la carriera dagli anni Trenta agli anni Ottanta del Novecento. In quel secolo, esattamente il 13 giugno del 1908, l’artista nasce a Lisbona da genitori benestanti e da subito si appassiona alle arti, al teatro e alla musica di cui continuerà ad avvertire il fascino, lungo tutta la sua vita.
L’opera di Vieira da Silva possiede un lessico che la caratterizza e che è in grado di incorporare una varietà di stili e di influenze che spaziano dalle mattonelle ispano-arabe, gli azulejo, alle tovaglie a scacchi dei dipinti di Pierre Bonnard, fino all’astrazione cubista e futurista. Sono spesso paesaggi urbani e spazi architettonici che costruiscono lo base per la sua riflessione e ideazione, e quelli che noi vediamo sono luoghi reali, ma anche spesso immaginari che si arricchiscono della sua potente memoria, riconosciuta dai suoi contemporanei. Nella composizione dei suoi quadri noteremo il passaggio e la relazione esistente tra astrazione e figurazione, dentro spazi architettonici che l’artista crea annullando la distinzione tra paesaggi urbani realmente esistenti e quelli frutto della sua fantasia.

Giovanissima studia pittura e disegno all’Escola de Belas Artes di Lisbona e nel 1928 si trasferisce a Parigi dove frequenta l’Académie de la Grande Chaumière, una scuola di pittura e di scultura svincolata dalle consuete restrizioni accademiche. Qui incontra il futuro marito, il pittore ungherese Arpad Szenes. Rimarranno a Parigi fino allo scoppiare della Seconda guerra mondiale per poi rifugiarsi a Rio de Janeiro e, rientreranno nella capitale francese sette anni più tardi. Alla fine degli anni Cinquanta ella sarà ormai una pittrice famosa, riconosciuta per le sue opere astratte e complesse. Continuerà a dipingere fino alla fine degli anni Ottanta ottenendo numerosi riconoscimenti, come il Commandeur de l’Ordre des Arts et des Lettres, assegnatole dal governo francese nel 1960.
La relazione tra Vieira da Silva e Szenes sarà felice e durerà fino alla morte di lui, avvenuta nel 1985. Lei racconterà: “è tutto molto misterioso. La nostra vita è stata meravigliosa. Tutti sono stupiti! Due pittori che si sono amati e hanno trascorso la loro vita insieme”. Szenes rispetta la totale devozione di lei per la pittura, celebrandola in numerosi dipinti che la ritraggono al lavoro, come Ritratto di Maria Helena (1940) esposto in mostra.

Al tema dello spazio che Maria Helena Vieira da Silva ama profondamente la spingeranno alcuni avvenimenti. Il primo è sicuramente un corso di anatomia tenuto alla Escola de Belas Artes che Vieira da Silva frequenta nel 1926, mentre è ancora a Lisbona. Lo studio delle ossa umane la colpisce a tal punto che racconterà: “Ne disegnavo a centinaia”. Queste ricerche influenzeranno le sue prime sperimentazioni astratte.
Nella terza sala della mostra si scoprono i suoi ballerini e giocatori di scacchi. Vediamo nascere il suo linguaggio astratto dove le figurazioni sono tanto nascoste quanto rivelate. Piccoli quadrati giustapposti formano la base di queste opere vivaci. La gamma di colori è caleidoscopica e porta l’occhio a vagare tra i riquadri che proiettano l’impressione di movimento. In Danza (1938) e Balletto o gli arlecchini (1946) i ballerini sono messi in moto entro i confini dei singoli quadrati.
I dipinti creati durante il periodo trascorso a Rio de Janeiro sono considerati tra i più importanti della carriera di Vieira da Silva. Rappresentano l’umanità soffocata dalla tragedia della guerra e diventano la risposta della pittrice alle notizie provenienti dall’Europa.

Il suo atelier, come luogo del fare e spazio per pensare, assume per lei un’importanza cruciale e vi trascorre lunghe ore ogni giorno. Nel corso degli anni allestisce il proprio studio a Lisbona, a Parigi e poi a Yèvre-le-Châtel (vicino a Orleans), dove riesce ad allontanarsi dal caos della città e a concentrarsi sulla sua arte. “Dipingiamo nelle stesse ore, ciascuno nel proprio studio”, commenta Szenes. “Arriviamo insieme e andiamo via insieme. Se guardiamo alla regolarità delle nostre ore di lavoro, la nostra vita è quella di impiegati di banca”.
L’undicesima sala della rassegna è un tributo alla carriera di Vieira da Silva, una retrospettiva in miniatura dentro una retrospettiva più ampia, con opere rappresentative di vari momenti della sua carriera, accomunate dal colore bianco. Ella conosce bene il colore e la sua arte è dominata da rossi, blu, gialli e colori scuri. L’artista spiega come alcuni colori abbiano le loro stagioni: “è divertente, ho dei colori per l’estate e dei colori per l’inverno; quando è caldo preferisco dipingere con il blu e il verde … quando è freddo adoro il rosso”. Il bianco, invece, è un colore che si può usare durante tutto l’anno, forse per la sua neutralità oppure perché esprime una dimensione interiore che nessun altro colore può catturare.

Negli ultimi anni di vita ricorre quasi esclusivamente al bianco nel tentativo di dotare le sue opere di una dimensione spirituale. Un’affermazione di Szenes descrive in maniera molto appropriata il punto di vista anche di Viera da Silva: “Il problema del colore è affascinante! … Nel 1932 iniziammo insieme un esperimento: ricercare ogni possibile tono di bianco … tutte le sfumature sono usate affinché non rimanga alcun vuoto sia plastico sia pittorico e l’intensità del colore sia tale da rappresentare la vibrazione della luce. L’importanza della luce è immensa”.

L’esposizione Maria Helena Vieira da Silva. Anatomia di uno spazio sarà visitabile presso la Collezione Peggy Guggenheim fino al 15 settembre 2025 e lo sarà Guggenheim Bilbao dal 17 ottobre 2025 al 22 febbraio 2026. La curatela è di Flavia Frigeri, storica dell’arte e curatrice presso la National Portrait Gallery di Londra. Il catalogo è edito da Marsilio Arte.
Patrizia Lazzarin
