CARMINA BURANA DENTRO L’ARENA DI VERONA

Ascoltare i Carmina Burana è come percepire l’immersione in una natura rigogliosa, dove le immagini sembrano carpite da quadri come la Primavera di Botticelli. Ci restituiscono le emozioni vissute da quei goliardi, chiamati clerici vagantes, quegli studenti che attraversavano l’Europa da un ateneo all’altro, liberi di conoscere, di amare e di cantare con passione la mutevolezza della Fortuna, versando a volte come zucchero o pepe, granelli di ironia per farci sentire la gioia dell’amore ed altre, la forza granitica della vita.
L’immagine di un disco rosso che si muoveva girando sulle scalinate dell’Arena di Verona, proprio alle spalle del coro e dell’orchestra che ha interpretato nella serata di ieri, i Carmina Burana di Carl Orff, ha concretizzato visivamente l’idea del mutare, capace di ridurre in miseria anche chi fino a poco si mostrava splendidamente forte.
La musica si spandeva in quel grande anfiteatro, dove in maniera spontanea ognuno si appropriava della malinconia di cui era intessuto il primo componimento: Fortuna imperatrix mundi. Il verso: O sorte come la luna cambiabile di stato, illustrava all’ascoltatore graficamente la ciclicità della vita dell’uomo e la sua variabilità restituendone, nella sua ritmicità, il carisma struggente.
Carl Orff (1895-1982) scrisse negli anni Trenta del Novecento le Cantiones Profanae che abbiamo ascoltato ieri sera. Lo fece lavorando su una raccolta di componimenti in latino medievale: un latino molto particolare dove si mescolano lingue romanze e lingua classica latina. I famosi Carmina Burana che prendono il nome da Bura, il nome del monastero di Benediktbeuren, in Baviera, dove il manoscritto originale fu scoperto nel 1803.
I Carmina consegnano all’ascoltatore contemporaneo anche un mondo pervaso dai profumi e dai colori della Primavera, come appare ascoltando Primo Vere, dove l’esultanza del risveglio della Natura conserva un senso panico di unione con l’essere umano.

Orff si riallaccia ai canti gregoriani e anche ai mottetti medievali del Trecento e attinge a quella ritmicità che era propria del verso latino che preferiva una metrica non più marcatamente quantitativa come in età classica, ma accentuativa, con versi a rima baciata.
Si celebra qui la gioia dell’amore, tinto dell’eroticità che anima i corpi, la sua effervescenza lontana dai dogmi, dove emerge invece la vitalità dell’esistere che, nella sua ciclicità e fragilità, è simile alla periodicità delle stagioni.
Gli effetti strumentali ci hanno restituito la misura di un tempo scandito in sintonia con le parole che si ripresentavano a volte identiche al fine di rendere denso di significato il narrare dell’antico aedo.
Immaginiamo questi clerici vagantes che inneggiavano a tutti gli aspetti goliardici come il gioco e il bere, che condannavano la corruzione della nobiltà e del clero e che vissero come Ugo d’Orleans che trascorse la sua vita fra Francia ed Inghilterra, vivendo di carità, barattando la loro poesia per poter campare.
Tra libertà e schiavitù dell’uomo. Canta quel povero cigno bianco ora diventato nero mentre viene arrostito e già vede i denti pronto a masticarlo.
Anche un carmen come questo ci spiega l’umiltà dell’essere che accomuna il povero al ricco, il misero al felice, mentre la vita e la morte combattono l’ultima partita.

Il direttore dello spettacolo dei Carmina Burana andato in scena ieri sera all’Arena di Verona era James Conlon. Il soprano era Erin Morley, il contraltista Carlo Vistoli e il baritono, Mihai Damian.
Il coro di Voci Bianche A.Li.Ve. era diretto da Paolo Facincani
Il coro di Voci Bianche A.da.Mus. era diretto da Elisabetta Zucca
Hanno partecipato l’Orchestra, Coro, Voci Bianche e Tecnici della Fondazione Arena di Verona. Maestro del Coro Roberto Gabbiani, Maestro del Coro di Voci Bianche, Matteo Valbusa e Direttore Allestimenti, Michele Olcese.
Patrizia Lazzarin

