
C’è una terra che possedeva fino ad ieri un sapore primigenio e, chi ha studiato il suo habitat e il suo popolo non poteva non coglierne la forza intrinseca che legava, come posizionati sulla corda di un trapezista, in un equilibrio che sembrava costruito con delicati fili di seta, Madre Natura e gli esseri umani che la abitavano.
Lo scrittore Paolo Malaguti, nel romanzo pubblicato con Einaudi, Fumana, ne raccoglie le luci, i colori, i profumi, i guizzi dei pesci e il volare degli uccelli, la bellezza dei timidi fiori sugli argini e il carattere forte della gente che ricavava con fatica dall’acqua e dalla terra, il fabbisogno per vivere.
Siamo catapultati nel Polesine degli ultimi decenni dell’Ottocento. Attraversiamo le valli della Moceniga, della Veniera fino a quella dei Papadopoli … “ Vaste distese di acqua ferma, ora dolce ora salmastra, che all’epoca di questa storia occupavano quasi per intero la fetta bastarda di mondo dove i fiumi si impantanano, che pare la menino di lungo, prima di andare a crepare in mare, proprio come i cristiani che finché sono giovani buttano via i giorni e le settimane e quando si accorgono di essere arrivati in fondo iniziano a tirare indietro e a fare tesoro di ogni ora che gli resta da campare”.
Fumana, nasce qui, in una notte in cui la piena dell’Adige aveva rotto gli argini in più paesi. Viene alla luce in una stalla, e nel venire al mondo sua madre perde la vita. Nel buio del cielo bigio, della campagna nera e della catapecchia ancora scura dei suoi genitori, la piccola nata, sopravvive aggrappando il suo respiro al seno di una balia, una donna del popolo con una nidiata di figli che la allatta per una settimana finché il nonno non viene a prenderla. Il padre era sparito senza spiegazioni dopo la morte della madre. Scappato in America o … annegato?
Fumana ci appare da subito incredibile, se non altro perché riesce a sopravvivere in condizioni non adatte ad un neonato, anche per quei tempi. Quella terra e l’educazione inconsueta del nonno le forniranno gli elementi per costruire il suo spirito indomito e la capacità di apprezzare la libertà.
“Navigarono a lungo. Il nonno governava il sandolo in silenzio, puntava una lunga pertica sul basso fondale, o sulle sponde erbose dei piccoli isolotti che costeggiavano: pareva quasi che la barca fosse un ago e la Valle Moceniga, una tela sulla quale Petrolio tracciava con pazienza le sapienti geometrie di un raffinato ricamo”.

Fumana diventerà pescatora. Fumana sarà la strigossa, quella che segna, recita brevi formule, raccoglie erbe e prepara unguenti e medicazioni. Una medichessa del popolo. Ma la strigossa era anche invidiata …
Poteva amare Fumana come tutte le donne? Lei conoscerà in primis la dolcezza di una carezza non dal nonno che, comunque le voleva un gran bene, ma dalla brava Lena.
Nella costruzione del personaggio di Fumana, Malaguti ha attinto ad uno studio che egli ha definito magnifico, di Marisa Milani, dal titolo: Streghe, morti ed esseri fantastici nel Veneto.
La strigossa come Fumana rappresentava anche un sapere conteso. Questo perché deteneva conoscenze non riconosciute nella maggior parte dei casi dalla medicina ufficiale, ma soprattutto perché essa era una donna.
E le donne dovevano rimanere a casa a far figli, a tessere e dare all’occorrenza una mano nei campi.
Fumana diventa un simbolo di autonomia e di indipendenza, di forza femminile, capace di quelle parole che possono cambiare le cose del mondo.
Le parole, non solo quelle di Fumana, hanno poteri magici e su questa loro prerogativa, lo scrittore, sembra voler portarci in particolare a pensare e, ad imparare a coglierne le profondità negli echi che portano con se e nelle storie e sentimenti che condensano.
Patrizia Lazzarin
