LEONORA CARRINGTON A MILANO. L’INVENZIONE SI NUTRE DI LIBERTÀ.

Un confine continuamente superato alla ricerca di sé, facendo tesoro del piacere per l’invenzione e rendendo delicati i contorni che definiscono persone, animali e cose. La mostra dedicata a una figura chiave dell’avanguardia internazionale, Leonora Carrington, visibile nelle sale di Palazzo Reale, ne delinea la poetica dove si fondono conoscenze che si alimentano di letteratura, arte, alchimia, mitologia ed esoterismo.

Vicina all’iconografia dell’immaginario di ascendenza surrealista, l’artista ha ribadito più volte la sua autonomia e indipendenza: “ero troppo occupata a fare arte, quindi non avevo tempo per essere la musa di nessuno”.

Leonora Carrington nasce in una famiglia cattolica dell’alta borghesia a Clayton, in Inghilterra, nel 1917.

Fin da bambina l’artista è affascinata dalle fiabe irlandesi raccontate dalla madre, dalla nonna materna e dalla tata irlandesi e legge con interesse la letteratura vittoriana ricca di fantasia e di scenari gotici.  Tra i quindici e i diciassette anni vive in Italia, a Firenze, dove ha modo di venire in contatto con i maestri italiani del Trecento e del Quattrocento. In questo periodo dipinge la serie di acquarelli Sisters of the Moon che ammiriamo in mostra.

Leonora Carrington, The Lovers,1987, olio su tela, 76 x 103 cm, Mougins, FAMM – Female Artists of the Mougins Museum, The Levett Collection

Qui Carrington come spiega il curatore Carlos Martín: dà vita a un cosmo popolato da creature lunari, animali custodi e donne magiche.
Figure nate dai racconti d’infanzia e già attraversate da quella libertà visionaria che avrebbe guidato tutte le sue opere. Un racconto raro, che ci accompagna alle origini di un’immaginazione senza confini, quella di un’artista che ha trasformato la fantasia in libertà.

Diciottenne, le è finalmente concessa dalla famiglia la possibilità di studiare a Londra prima alla Chelsea School of Art e poi alla Ozenfant Academy of Art. Durante la sua permanenza in Italia ha modo di conoscere anche le opere del pittore fiammingo Hieronymus Bosch, di cui i rimandi si scorgono nei suoi dipinti nella scelta dei colori e nelle proporzioni di alcune figure.

Affascinata dal surrealismo, ha occasione di conoscere Max Ernst a Londra nel 1937 e va vivere con lui a Parigi dove entra così in contatto con l’ambiente artistico parigino, tra cui ci sono i surrealisti.

Grazie al denaro inviatole dalla madre acquista una casa di campagna del XVII secolo, nel sud della Francia. Ernst e Carrington la decoreranno internamente ed esternamente, con dipinti e sculture che riflettono il dialogo fra i due artisti. In questa dimora avrà modo di approfondire la conoscenza, durante le visite nella loro casa, di Leonor Fini, Man Ray, Lee Miller, gli Eluard e Tristan Tzara.

Remedios Varo, Pajsaie, torre, centauro, 1943, tecnica mista su carta, Collezione Pèrez Simòn

In seguito all’arresto di Ernst, considerato potenziale nemico straniero, in quanto tedesco e, alle successive vicende che la vedono anche oggetto di uno stupro, Carrington visse una forte depressione per la quale venne ricoverata dalla famiglia in un ospedale psichiatrico. Dimessa dopo mesi di reclusione forzata, grazie allo scrittore e amico Renato Leduc, giunge in Messico nel 1942, dove ritroverà anche gli amici esiliati conosciuti ai tempi di Parigi. L’amicizia con la pittrice Remedios Varo sarà importante e durerà fino alla morte di Varo nel ‘63.

 In Messico che sarà il paese dove rimarrà per tutta la vita, la sua pittura si trasforma in maniera profonda nella seconda metà degli Anni Quaranta. Scopriamo l’influenza della pittura italiana nell’uso della tempera e di supporti in tavola e masonite.

Durante la sua prima mostra personale alla Pierre Matisse Gallery, nel 1948, il mecenate e amico Edward James scriverà: I suoi non sono quadri letterari, sono piuttosto immagini distillate nelle caverne sotterranee della libido, vertiginosamente sublimati, innanzitutto o dopotutto appartengono al subconscio universale”.

Assai interessante, in particolare l’ultima sezione della mostra a Palazzo Reale, quella nominata Cucina Alchemica. La cucina, luogo dove per tradizione alle donne viene riservata una “stanza”, citando il termine usato da Virginia Woolf in varie occasioni, si arricchisce del mondo magico e alchemico della pittrice che utilizza simbolismi arcani ed elabora complesse metamorfosi temporali e spaziali che anche a volte con ironia  attribuiscono nuovi significati a persone, animali e cose, mostrando un universo sempre in trasformazione.

La rassegna che sarà visitabile fino all’undici gennaio 2026, ha la curatela di Tere Arcq e Carlos Martín. Essa è promossa dal Comune di Milano ed è prodotta da Palazzo Reale, MondoMostre, Civita Mostre e Musei ed Electa S.p.A.  

                                                                         Patrizia Lazzarin