OLTRE IL VISIBILE – MARIO GIACOMELLI

Non voglio ripetere le cose visibili, ma rendere visibile ciò che filtra il mio inconscio. Mario Giacomelli.

 Una mostra che si apre con l’inizio della primavera ed è promossa dall’Assessorato Istruzione, Cultura e Politiche identitarie della Regione autonoma Valle d’Aosta. In occasione delle celebrazioni del centenario dalla nascita dell’artista questa esposizione è stata ideata e organizzata dalla casa editrice Electa in collaborazione con l’Archivio Mario Giacomelli. Essa vuole restituire al pubblico e alla critica la complessità e la densità di un’opera di uno dei più grandi artisti italiani del XX secolo che sfugge alle definizioni canoniche: da un lato, l’indagine sulla materia, il segno, la visione artistica; dall’altro, la forza poetica della fotografia come forma lirica del pensiero e della memoria.

Mario Giacomelli, Per Poesie, anni Sessanta – Novanta

Mario Giacomelli (1925-2000) non fu un semplice autodidatta appassionato di pittura e letteratura, ma una figura centrale nella cultura visiva italiana del secondo Novecento, capace di attraversare le grandi trasformazioni del linguaggio artistico. La sua opera si colloca in un punto di passaggio decisivo, tra la modernità ancora segnata dal realismo e l’irruzione della sensibilità postmoderna, che dissolve i confini tra i generi e sposta lo sguardo dall’oggettività documentaria alla soggettività dell’esperienza.

Giacomelli è stato protagonista di una stagione in cui, a partire dal dopoguerra, la fotografia si affranca definitivamente dal ruolo ancillare rispetto alle arti maggiori, assumendo una propria autonomia poetica ed espressiva. Questo egli lo fa con modalità del tutto personali, rifuggendo sia la dimensione rigorosa del reportage classico, sia quella formalistica del realismo lirico.

La sua fotografia, fin dalle origini, si muove in una direzione che fonde la documentazione con la trasfigurazione, la testimonianza con l’invenzione. È una fotografia che nasce da situazioni concrete – un ospizio, un seminario, la vita contadina – ma che si spinge ben oltre il dato visibile, trasformando ogni immagine in una scena interiore, in una visione poetica e personale del mondo.

Il percorso della mostra è concepito per restituire i nuclei tra i più significativi della ricerca di Mario Giacomelli secondo una modalità che gli era particolarmente congeniale: la forma non cronologica. Non un semplice susseguirsi di tappe biografiche, ma un intreccio di visioni, rimandi e risonanze che attraversano l’intera sua opera.

Mario Giacomelli, Caroline Branson da Spoon River,
1967-1973

Le sette sezioni che compongono l’esposizione riuniscono circa 180 immagini provenienti da serie diverse (tra stampe vintage e provini di stampa corredati da materiali documentari come manoscritti e poesie dell’artista), accostate per affinità poetiche, tematiche e formali. Così da cogliere la fotografia di Giacomelli non come documento lineare, ma come linguaggio vivo e in continua trasformazione, capace di oltrepassare i confini del visibile.

Ne emerge una trama complessa e sfaccettata, in cui l’astrazione e la materia, il paesaggio e il corpo, la poesia e il dato autobiografico si intrecciano in un racconto unitario. La mostra è accompagnata da un libro-catalogo edito da Electa nella serie delle monografie Electaphoto.

Mario Giacomelli, Io non ho mani che mi accarezzino il volto, 1961–63

Biografia

Mario Giacomelli nasce nel 1925 a Senigallia, nelle Marche, città dalla quale, avverso al viaggio e alla distrazione, non si dividerà mai, per cui sarà il mondo dell’arte, negli anni, a raggiungerlo nella Tipografia Marchigiana, sua dal 1950. Inizia a fotografare nel 1953 sotto l’ala del maestro Giuseppe Cavalli, fotografo erudito, critico della fotografia nell’Italia degli anni ’40 e ’50. Fondatore del movimento La Bussola (Milano 1947) e assertore della fotografia come racconto e come arte, riconosce subito in Giacomelli un carattere nuovo e forte da lasciare un segno nella storia della fotografia.

Sin dagli esordi, anarchico creatore di un linguaggio tutto suo fatto di contrasti e stonature, specchio della sua interiorità, Giacomelli apparve sconvolgente nel suo sguardo sul paesaggio e sui temi delicati dell’umanità, tanto che Paolo Monti nel 1955 lo definisce “l’uomo nuovo della fotografia”: il suo “realismo magico” superava la visione neorealista in cui la fotografia italiana si era arenata, arricchendola di un espressionismo intimo e verace, materico. Seguito e spronato dalla critica, largamente presente nelle riviste specializzate, divenne presto un punto di riferimento per i fotografi italiani degli anni Sessanta e ancora oggi fonte d’ispirazione per gli artisti di tutto il mondo.

Mario Giacomelli, Metamorfosi della terra, anni Cinquanta – anni Settanta

 Nel 1964, fu l’unico italiano selezionato per la mostra curata da John Szarkowski per il MOMA di New York, acquisendo sue opere per la collezione permanente del museo. Nel 1965 Giacomelli invia l’intera serie A Silvia alla prestigiosa George Eastman House di Rochester (NY), dove espone in una personale antologica del 1968, presentata l’anno successivo in varie città degli Stati Uniti.

Saranno quelle le prime tappe di un’ascesa inarrestabile, mentre i maggiori musei internazionali includono opere di Mario Giacomelli nelle loro collezioni permanenti. Nel 1978 viene invitato a esporre sue opere fotografiche di paesaggio alla Biennale di Venezia Dalla natura all’arte, dall’arte alla natura.

 La definitiva consacrazione di Giacomelli in Italia arriva nel 1980, quando lo CSAC di Parma gli dedica una retrospettiva e Carlo Arturo Quintavalle ne scrive il relativo catalogo ragionato, Mario Giacomelli, CSAC Parma, Feltrinelli, Milano 1980. Sarà attivo fino alla fine, senza mai smettere di sperimentare la fotografia.

                                                                             Patrizia Lazzarin