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LA STAGIONE CHE NON C’ERA

Il tramonto di un’epoca. L’ultimo libro della scrittrice e traduttrice bosniaca, naturalizzata italiana, Elvira Mujčić restituisce l’atmosfera ovattata che precede l’esplosione. Una tensione palpabile racconta il finire di un sogno che aveva unito le vecchie generazioni, ma che ancora alimentava le speranze di una parte dei giovani iugoslavi.

Merima come Nene sono i ventenni del romanzo: La stagione che non c’era pubblicato dalla casa editrice Guanda, tra i finalisti del Premio Comisso. Molto diversi fra loro sono entrambi due sognatori che alimentano la loro fiducia nel futuro: la prima, con la politica attiva e il secondo con l’arte.

Siamo negli anni Novanta nell’ex Jugoslavia: diapositive di città come Belgrado, Sarajevo, frammenti di luoghi della Bosnia-Erzegovina.  La terza via del Socialismo propugnata da Tito, dopo la sua morte negli anni ’80, rivela solide crepe dove crescono ora e si rafforzano i nazionalismi, le cui  radici non erano mai state  completamente estirpate.   

Merima, figlia di un comunista di vecchia generazione, di tradizioni musulmane, ha una figlia di “sangue misto” Eliza, avuta da un ragazzo la cui famiglia ha il “merito” di aver fermato l’avanzata ottomana nel proprio territorio.

Merima è forte, ottima studente e poi lavoratrice, porta sulle spalle le fatiche di una figlia non riconosciuta dal padre perché di “sangue misto”.  Racconta la speranza di chi come lei pensava si potessero risolvere le tensioni politiche e sociali mantenendo unita una terra ricca di diverse etnie, contraddizioni ed opposte fazioni.

Le illusioni cadono e, quel famoso aforisma del filosofo e saggista romeno Emil M. Cioran, ripreso anche dalla scrittrice Mujčić nel suo romanzo, è in grado di dipingere il clima che vivevano molti, in particolare intellettuali e artisti o che aspiravano ad esserlo, come Nene.

“Elogio del crepuscolo: A mano a mano che si allontana dall’alba e avanza nella giornata, la luce si prostituisce, e si riscatta solo al momento di scomparire”.

La frase condensa il disagio di molti giovani iugoslavi, soprattutto quelli più sensibili, come Nene che lavora per realizzare un’installazione che raccolga i pezzi di un mondo che scomparirà.

Un’opera d’arte che sarà utile all’archeologo del futuro per capire questa realtà che sta sparendo sopraffatta da rivolgimenti i cui artefici hanno le mani già sporche di sangue.

Eliza, la figlia di Merima, e le sue amiche Vesna e Neira spiegano con la bellezza e tenacia dei loro giochi, il “sogno” di continuare a stare naturalmente insieme. La guerra di lì a poco racconterà  un’altra Storia.

La scrittrice che al tempo della guerra aveva la stessa età di queste bambine ci cala nel clima rarefatto, dove l’aria sembra privarci dell’ossigeno, dove madri fuggono con i loro bambini per proteggerli.

Gli uomini rimangono o tornano pronti a combattere.

Anche Nene rimane perché: “Se cerchi l’inferno chiedi la strada all’artista. Se non trovi l’artista sei all’inferno”, dove precipiterà l’Iugoslavia.

                                                                           Patrizia Lazzarin

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