L’ALCOVA DELLE SPIE

L’alcova delle spie dello scrittore e giornalista Giorgio Ferrari accende i riflettori su una figura ancora oggi in parte misteriosa: Kitty Schmidt, l’intraprendente tenutaria di un bordello a Berlino, dove durante il periodo nazista la belva bionda, come veniva chiamato Reinhard Tristan Eugen Heydrich per il suo triste operato in Boemia e Moravia, mette in piedi una grande rete di spionaggio.

Un sistema finalizzato a carpire i segreti di generali, diplomatici e alte cariche del partito per poterli ricattare. Nelle stanze accoglienti di un’elegante palazzina di Charlottenburg, bellissime e colte ragazze istruite come spie, “cercavano di conoscere i segreti” di uomini potenti come Galeazzo Ciano giunto nel maggio del 1939 a Berlino per controfirmare il Patto d’Acciaio.

Al Salon Kitty, il genero di Mussolini confiderà alla bella Ingelore, tra un abbraccio e l’altro, le sue opinioni negative sul Führer, su Ribbentrop, il ministro della Difesa nazista e in generale sui tedeschi “che si muovevano in diplomazia come elefanti in un negozio di porcellane”.  

Il salon Kitty fu tuttavia soprattutto espressione delle lotte per il potere esistenti all’interno del partito nazista dove la concorrenza fra i vari reparti di sicurezza era feroce.  Si ricordano le rivalità di Göring ed Himmler nei confronti delle SA Rohm e in seguito quella di Himmler contro Göring e Canaris e, quella di Heydrich contro il capo dell’Abwehr.

In questa casa di piacere passeranno oltre al già nominato Ciano, il ministro degli esteri spagnolo e soprattutto Göring, Goebbels, Ribbentrop, Speer, i corrispondenti di testate straniere ed esponenti di spicco della Wehrmacht.

“Tutti i politici tedeschi di un certo peso cercavano di mettere in piedi la propria agenzia di informazioni, così come cercavano di costituire il proprio esercito privato” e ai fini di queste agenzie era essenziale che i risultati prodotti fossero proprietà esclusiva dei loro capi”.

Il libro uscito con Neri Pozza e che ha come sottotitolo, Salon Kitty: sesso e spionaggio nel Terzo Reich, inquadra i principali esponenti politici che ruotavano intorno al Fuhrer, ne descrive i caratteri, le  abilità e fragilità della loro smisurata ambizione.

Scrive l’autore: “Göring e Goebbels furono le due menzogne complementari del nazismo. Entrambi sapevano che il potere è un palcoscenico, ma non capirono mai a differenza di Macbeth, del quale mai forse avevano letto l’immortale monologo shakespeariano, che fuori scena non rimane nulla”.

Nel libro troviamo nei primi capitoli, accanto alla presentazione di Kitty Schmidt e della belva bionda, una vitale descrizione  della città di Berlino negli anni Venti, ai tempi della Repubblica di Weimar.  Sono i folli anni berlinesi immortalati da film come Cabaret di BoB Fosse del 1972 con protagonista Liza Minnelli.

“Uscita a pezzi dalla guerra Berlino vive un’ebbrezza nervosa: i cabaret, l’inflazione, i giornali che cambiavano editore da un giorno all’altro”.

I berlinesi dialogano fra loro grazie alle numerosissime linee telefoniche e guardano all’industrializzazione e all’elettrificazione russa. In dieci anni la capitale raddoppia i suoi abitanti, ma soprattutto Berlino si libera di ogni costrizione morale e sociale. Si vede una donna nuova con tailleur maschili e caschetti alla Louise Brooks, con una sessualità priva di tabù.  Musica e luci riempiono la città di notte.  I teatri nel 1922 erano una quarantina e i giornali in quello stesso periodo, centoventi.

Pochi anni dopo questo sarà solo un ricordo.

Il völkisch quel folclore identitario che si lega al movimento nazionalista ed etnico che si sviluppa in Germania alla fine del diciannovesimo secolo come reazione alla modernità fa proprio, con il passare del tempo una forte componente antisemita e razzista. Si fa strada l’idea di una purezza razziale da tutelare contro gli elementi estranei, in particolare gli ebrei.

La Storia del nazismo, di Adolf Hitler e dei suoi, cavalca quest’onda, come sappiamo.

Curioso il finale del testo, dove l’autore parlando della contemporaneità si interroga sulla nuova corsa alle armi della Germania, a dispetto dei bilancio pubblico.

Settanta anni fa, a metà degli anni Cinquanta del Novecento, aveva terminato la sua esistenza Kitty Schmidt,  uno dei nomi  per trent’anni, più “sussurrati e chiacchierati” della capitale tedesca.  Una donna che era diventata leggenda  e che si suppone, con quasi certezza, che abbia visto molto, ma per discrezione non abbia parlato.  Quanti le furono grati, fra i presenti a quel funerale? Molti le dovevano la carriera, la rovina, l’amore e …

Contro le restrizioni imposte dai nazisti che avevano chiuso moltissime case di piacere, il Salon Kitty sopravvisse fino alla morte della sua proprietaria, svelando anch’esso la profonda  ambiguità  compresa nell’ideologia del Terzo Reich.

                                                                                                 Patrizia Lazzarin