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IRENE NEMIROVSKY: LA NOTTE IN TRENO E ALTRI RACCONTI

La guerra quando nasce, come? Quando diventa visibile per un bambino? Come se ne può accorgere lo sguardo limpido di una giovane anima? Le domande sono quanto mai attuali e ci toccano solo se pensiamo ai conflitti in Ucraina e tra Israele ed Hamas.

La scrittrice francese Irene  Némirovsky ( Kiev, 11 febbraio 1903) pone con acutezza queste semplici domande in una storia che ha il sapore di un ricordo  personale, nel racconto Nascita di una rivoluzione. Scene viste da una fanciulla, il primo della raccolta pubblicata quest’anno dalla casa editrice Adelphi e che riunisce gli scritti dell’autrice composti dopo il 1938, quando la guerra in Europa sembrava vicina e la minaccia della persecuzione verso gli ebrei diventava sempre più reale.

 “Com’è possibile che di loro spontanea volontà, degli uomini infliggano un tale supplizio ad un altro uomo? Che gli dicano: Ecco è finita. Tra un attimo sarai solo un cadavere, e questo davanti ai suoi figli, per poi ridere con lui, medicarlo. Solo più tardi compresi. Fu quel giorno, in quel preciso istante, che vidi nascere la rivoluzione.

Avevo visto il momento in cui l’uomo non si è ancora spogliato delle sue abitudini e della pietà umana, in cui non è ancora abitato dal demone, ma in cui questo comincia ad avvicinarsi e gli turba l’anima. Quale demone? Chiunque abbia visto da vicino la guerra o la sommossa lo conosce: ognuno gli dà un nome diverso “…

In questa antologia di piccole storie, Irene  Némirovsky come un orafo esperto  sbalza la materia di cui si compongono gli uomini  e la fa spiccare con una limatura condita di malinconia e a volte di ironia per cui diventa reale  ciò che era impensabile da una mente onesta o ragionevole.

Sono le vite di uomini e donne che nella loro quotidianità vestita di altri tempi sono percepite dalla nostra sensibilità grazie allo sguardo acuto  dell’autrice capace di condensare momenti magici, decisivi, emozioni raccolte o trattenute.

La forma del racconto si presta benissimo a questa operazione  e Teresa Lussone nella postfazione del libro, cita Ejchenbaum quando egli scrive: Il romanzo può essere paragonato ad una lunga passeggiata che  presuppone un ritorno tranquillo, mentre il racconto è come una scarpinata in collina che ha lo scopo di offrirci la vista che si scorge da quell’altezza.

E in “Vita di Cechov” la stessa Némirovsky diceva: Un racconto è una porta socchiusa per un istante su una casa sconosciuta  e subito richiusa. Il suo scopo, si legge nei suoi appunti, è una brusca e rapida evocazione, quasi allucinatoria…

La silloge reca sulla copertina il titolo di un altro racconto in essa contenuto: La notte in treno, mentre sempre sul frontespizio in una foto in bianco e nero degli anni Cinquanta, vediamo andare lungo i binari una donna in bicicletta, camminare un uomo, entrambi dietro a un vagone di un treno che appena si scorge in lontananza.

Sono i sentimenti a farla da padrone in questo brano: è un essere umano che non diffida più degli altri simili e vuole essere capito e cerca di capire.

La gente fugge da Parigi, i soldati vanno al fronte, i fidanzati si salutano alle stazioni dei treni. Il treno diventa anche metafora del viaggio dell’uomo dove il Destino è in grado di stravolgere esistenze apparentemente tranquille e costruire o distruggere fortune e famiglie.

In questa raccolta di racconti ci sono i temi preferiti dall’autrice: il rimpianto per le occasioni perdute, l’amore, la nostalgia, l’ipocrisia dei legami familiari e l’irruzione della Storia nella vita quotidiana.

Lo stupore colora la sua prosa come nei racconti: Il Sortilegio e L’incendio.

Poco prima di essere arrestata il 13 luglio del 1942 e morire un mese dopo ad Auschwitz per un’epidemia di tifo, ella riuscì a contattare una vecchia governante francese a cui affiderà le figlie Denise ed Elizabeth che durante la loro fuga non si separeranno mai dalle valigie in cui erano contenuti i manoscritti della madre.

10 maggio 1940, a Parigi nel brano Destini, una notte bellissima, limpida che non vuole sporcarsi con il pensiero della guerra, con la morte che incombe dal cielo. La vita normale risalta  in tutta la sua levità e naturalezza.  Poi io e la mia amica ci sedemmo sul balcone, tra i fiori con il gatto che faceva le fusa sulle mie ginocchia: era un momento assolutamente idilliaco. Non si sentiva più nulla, né i colpi di cannone, né il rumore degli aerei. Ma il segnale di cessato allarme non era stato ancora dato”.

L’essere umano nell’euforia dell’assaporare quella vita che scorre dentro di lui, miracolosamente scorda  la sua fragilità.

                                                                           Patrizia Lazzarin

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