VENEZIA. THE SONGS OF BULBUL. IL CANTO DELL’USIGNOLO

Passi come battiti d’ali d’uccelli che esprimono l’anelito dell’uomo verso la libertà. Emersione dal caos informe di un universo enigmatico per diventare elemento che si libra nell’aria, facendo emergere da una massa corporea mani che diventano braccia e poi ali per danzare il potente ritmo della vita e il suo Arcano. Diventare così uccello che canta la malinconia dell’essere uomo.

 I movimenti del danzatore Aakash Odedra, nello spettacolo andato in scena ieri sera al Teatro delle Tese a Venezia e che si potrà vedere anche alle 20.00 di oggi, si sono ispirati alla danza indiana Kathak che nella sensualità dei suoi gesti ricompone valori e significati.  La parola Kathak deriva dal sanscrito katha che significa storia. Quella che abbiamo “ascoltato” o, ancora forse meglio sentito, attraverso le emozioni che ci ha consegnato l’artista, è un mito che appartiene all’immaginario e alla simbologia sufi e persiana.

Esso narra del bulbul, un usignolo e uccello mitologico che era assai ricercato per la potenza del suo canto e che era preferito a molte altre cose preziose. Era un dono spesso destinato ai membri delle grandi famiglie nobili. Per ascoltare l’espressione migliore del suo canto veniva messo in gabbia. Il suo anelito verso la libertà che si palesava ormai fra le grate della gabbia, diventava melodia.

Il bulbul veniva poi privato quasi completamente della luce quando la gabbia veniva ricoperta da un telo che permetteva ad un solo un raggio di passare, sfiorandogli appena le piume.  Il suo canto disperato raggiungeva il punto più alto quando gli venivano tolti gli occhi. Ora al bulbul non rimaneva altro che lasciare il suo corpo per raggiungere la leggerezza dell’essere. Una metafora dell’uomo che abbandona il suo involucro corporeo o forse solo il suo vecchio abito per vestire un’altra identità nel mondo o …  vivere l’eternità …  

I passi del ballerino diventati battiti d’ali spiccavano sul palco davanti a noi in teatro, diventavano piroette continue intente ad avvolgere lo spazio, quasi a volerlo catturare e poi ad affondarvi e scomparire. Riapparire. Cadere a terra dentro un manto di petali, color rosso sangue, che piovevano, a volte, dal cielo. Pali conficcati nel terreno per ricordare la gabbia del bulbul e dell’essere umano.

La danza rubava i versi alla poesia per svelare il bene e il male nel loro divenire. Una spiritualità ci catturava per parlarci del bisogno di rincorrere la meraviglia del volo d’uccelli e la bellezza che si gode nella melodia del canto che ci restituisce il ritmo del Tempo che si muove come un placido fiume oppure un torrente impetuoso nel nostro cuore.  

La coreografia dello spettacolo è frutto del lavoro di Rani Khanam, oggi una delle interpreti più sensibili della danza Kathak che grazie a lei ispira anche le giovani generazioni. Le musiche sono di Rushil Ranjan, un compositore e artista multidisciplinare. Il suo lavoro attraverso la musica orchestrale, sufi e classica lo ha affermato come una delle voci musicali più interessanti nel panorama contemporaneo. Songs of the Bulbul si compone così come un dialogo immersivo tra la danza e la musica classica indiana.

                                                               Patrizia Lazzarin