
Sono tra le prime opere su cui si posano i nostri occhi. Possiedono la brillantezza del colore, i tetti bianchi ricoperti dalla neve, così vicini alla corposità della luce, capace di riflettere e di assorbire le tinte delle cose.
Nevicata sul Naviglio e anche Naviglio sotto la neve, fra le opere che segnano gli esordi di Giovanni Segantini (1858-1899), rivelano la ricerca pittorica agli inizi della sua carriera, quando l’artista amalgama nella sua pennellata la lezione della scapigliatura lombarda, in particolare quella densa di sfumature psicologiche ed emozionali di Tranquillo Cremona e di Daniele Ranzoni, insieme ad un naturalismo che aspira a restituire la verità della visione.
Queste, come anche Naviglio a Ponte San Marco, rivelano il dialogo che nasce fra gli elementi che compongono il quadro.
Dal 25 ottobre i Musei Civici di Bassano del Grappa, ospitano la rassegna promossa ed organizzata dagli stessi e dal Comune, dedicata a Giovanni Segantini, con il contributo della Regione Veneto, nell’ambito dell’Olimpiade Culturale di Milano Cortina 2026.

Giovanni Segantini, Sole d’Autunno, 1887
“Sarà un’esposizione di alto valore scientifico che invita a riscoprire Segantini come figura centrale dell’arte europea di fine Ottocento … spiega Barbara Guidi, Direttrice dei Musei Civici di Bassano del Grappa.
Un evento che è stato possibile grazie alla collaborazione con due istituzioni che si distinguono per la tutela dell’eredità segantiniana: la Galleria Civica G. Segantini di Arco e il Segantini Museum di St. Moritz. La mostra è curata da Niccolò D’Agati, uno dei principali studiosi dell’arte italiana tra la fine del XIX e gli inizi del XX secolo e pone in relazione la pittura di Segantini con quella degli artisti coevi, illustrando le trasformazioni che porteranno alla realizzazione di quei grandi capolavori che hanno influenzato i maggiori movimenti artistici del tempo.
Già in riferimento ai suoi esordi spiccano nelle sale della mostra alcune figure di donna che segnano le tappe del suo percorso artistico, dal ritratto di Luisa Torelli Tagliabue alla pescivendola: La Ninetta del Verzèe.
Sono un centinaio i quadri in mostra. Essi giungono da importanti collezioni pubbliche e private, italiane ed europee. Alcuni di questi sono stati rintracciati a distanza di oltre un secolo dalla loro esecuzione.

Jean-François Millet, Pastorella con il suo gregge, 1863
L’esposizione si suddivide in quattro sezioni che ripercorrono la vicenda umana e artistica di Segantini ed esemplificano le tappe evolutive che lo hanno condotto a quelle opere entrate nell’immaginario collettivo. I nomi sono conosciuti: Ave Maria a trasbordo, Bacio alla Croce, Dopo il temporale, Ritorno dal Bosco, Le due madri, Pascoli di primavera, L’ora mesta, Vacca all’abbeveratoio, La Vanità, di cui avremmo l’opportunità di cogliere l’intrinseco sentimento umano, diluito fra le tinte e la luce.
Quando Segantini si ritirò fra i colli e laghi della Brianza, cominciò ad usare il colore in termini espressivi. Egli divenne il pittore delle ombre che fanno da contraltare agli squilli luminosi per realizzare un poema, dal quale come diceva Carlo Dossi si intuiva “l’idea dello scambio d’affetti fra la natura esterna e l’intimo del cuore, e della comunanza di sensazioni fra l’uomo e gli altri minori viventi …
Sono gli anni di Il bacio della croce e Ave Maria a trasbordo che segnano i primi successi internazionali del pittore e che lo battezzarono come il Millet italiano.
In lui lo studio e la conquista della Natura si tradussero in modo progressivo nella resa del fenomeno luministico e cromatico in tutta la sua varietà e complessità.
Un ruolo importante nella sua ricerca pittorica lo ebbe il mercante d’arte Vittore Grubicy che verso Segantini, come si scrive nel bellissimo catalogo edito da Dario Cimorelli, esercitò una particolare forma di investimento culturale, formativo e non solo economico. Il rapporto fra i due è ben spiegato anche dalle opere presenti in mostra.

Giovanni Segantini, Ritorno dal bosco, 1890
L’idealismo che accompagnò il pittore nella sua ricerca, fin dagli anni Ottanta, si concretizzò nella volontà di restituire la grandezza della Natura e per questo egli assegnò un valore evocativo all’uso del colore e della luce. Attraverso il medium pittorico, Natura e Idea si fusero come nell’Ora Mesta, Le due madri o la Vanità, quest’ultima ritenuta uno dei maggiori risultati del simbolismo europeo e, considerata dallo stesso autore: “la mia opera maggiore sino ad oggi”.
La sua è una pittura che vuole trasmettere significati profondi e attraverso la tecnica nota come divisionista, ci restituisce un’immagine panteistica della Natura … dove “ la Bellezza si rivela allo spirito umano attraverso armonie di forme, di linee, colori e suoni che rivelano a chi li osserva e li ascolta l’anima che li governa”.
Il progetto di allestimento dell’esposizione è a cura di Mustafa Sabbagh, attualmente docente al Central Saint Martins College of Art and Design di Londra. Essa rimarrà aperta fino al 22 febbraio 2026.
Patrizia Lazzarin
