
I Dilemmi delle donne che lavorano della scrittrice giapponese Fumio Yamamoto ci proietta nel mondo del Sol Levante che negli ultimi due decenni del ventesimo secolo, ha visto, in ambito sociale cambiare in modo rilevante la figura della donna.
Il libro, una silloge di racconti, editi in Italia per la prima volta dalla casa editrice Neri Pozza, a distanza di vent’anni dalla loro pubblicazione, aveva vinto il premio Naoki, uno dei due più importanti riconoscimenti letterari del paese nipponico, assieme ad Akutagawa.
Le protagoniste sono donne, se si esclude l’ultima storia. Sono donne che per diverse ragioni si riappropriano di una dimensione personale che avevano perduto durante l’attività lavorativa o, in alcuni casi, sono esistenze che vengono modificate dall’assunzione di un impegno di lavoro. La tecnologia invade la vita, il lavoro ha spesso ritmi massacranti o non rispondenti ai loro bisogni ed esso, per diverse ragioni, anche legate alla società e a volte alle sue tradizioni, finisce nel bene e nel male per essere un miraggio di dannazione e non solo fonte di sostentamento.
Nei racconti Il dilemma del prigioniero e Planaria, le ragazze di cui facciamo conoscenza sono molto giovani, hanno circa venticinque anni.
Mito e Haruka sembrano abbiano connaturati alla propria identità, uno spaesamento e un’incapacità di indirizzare le loro energie verso uno scopo. Mito, in particolare, incarna la duplice critica alla società capitalistica e patriarcale, dove la volontà femminile sembra doversi annullare sia nella famiglia d’origine sia nella relazione con il proprio ragazzo. La mentalità maschilista si manifesta anche in azienda dove lei, alla fine, rischia di essere una perdente perché non capace di volere il suo successo.
Se qui, come nelle altre storie emerge preponderante il significato del ruolo del lavoro nelle vite dei giapponesi che, ricordiamo negli ultimi anni sono entrati nelle pagine dei giornali per le morti improvvise legati all’eccessivo stress e carico di lavoro, colpisce, ma si comprende pienamente, nelle eroine dei racconti di Yamamoto anche il loro bisogno di rimandare quel rientro nel mondo del lavoro che in maniera diversa aveva contribuito a penalizzare la loro natura.
Donne gentili, troppo forse, remissive, che si fanno spesso in quattro per gli altri, come Kato che riprende dopo i quarant’anni a lavorare in un supermercato, con un turno serale, per far quadrare i conti di casa e pagare il mutuo dopo che il loro menage familiare ha subito una virata in negativo, a causa del cambio di occupazione del marito.
Vediamo, come spesso accade anche nel mondo occidentale, che la cura dei figli e degli anziani rimane una prerogativa femminile e Kato cerca disperatamente un tempo per poter dormire.
Emerge nella narrazione il ritratto di un popolo semplice, studioso, lavoratore che centellina con pacatezza il sapore di un te. Si avverte tuttavia il magma del malessere che si agita sottile e profondo in una società ancora divisa fra vecchio e nuovo, dove le incomprensioni possono tradursi, come accade ovunque, in sbornie. E in tutto questo prende forma la fragilità dell’essere umano, capace di elemosinare “amore” per dare un senso al mondo.
Fumio Yamamoto nel 1999 aveva vinto con Ren’ai chūdoku, il Premio Letterario Yoshikawa Eiji per i nuovi autori e nel 2001, con la raccolta intitolata Puranaria, ottenne il Premio Naoki. Banirasama nel 2021 sarà il suo ultimo romanzo. In seguito alla sua morte, è stato pubblicato un diario da lei scritto durante il periodo della malattia, dal titolo Mujintō no futari, 120 nichi ijō ikinakucha nikki.
Patrizia Lazzarin
