UN PITTORE IN VIAGGIO: ORAZIO GENTILESCHI

I Musei Reali di Torino e Arthemisia hanno promosso la mostra: “Orazio Gentileschi. Un pittore in viaggio”, aperta in questi giorni e che sarà visitabile fino al 3 maggio 2026, nelle Sale Chiablese dei Musei Reali di Torino.

Molti negli ultimi anni avranno visto e sentito parlare di Artemisia Gentileschi, figlia di Orazio, famosa sia per la qualità pittorica delle sue opere e per la violenza subita dal pittore paesaggista Agostino Tassi che lavorava con suo padre.  

Nella mostra di Torino il tema del viaggio costituisce il fil rouge del percorso espositivo che mette in dialogo l’artista Orazio Gentileschi con vari contesti figurativi, con gli artisti di volta in volta incontrati e con le figure dei committenti.

Orazio Gentileschi vive e lavora in un momento straordinariamente felice per l’arte e si muove con ambizione nei più rilevanti centri artistici italiani e nelle maggiori corti europee.

Come in un viaggio, la mostra conduce il visitatore attraverso le tappe principali della vita e dell’opera del maestro: luce, grazia e colore sono le qualità che definiscono l’arte di Orazio Gentileschi, pittore di straordinaria raffinatezza non tuttavia così noto.

Orazio Gentileschi (1563-1639); Giuditta e l’ancella con la testa di Oloferne; olio su tela; 1611-1612; Musei Vaticani; Pinacoteca Vaticana; Sala XIII

La mostra mira a restituirgli il ruolo di protagonista della pittura europea del Seicento, celebrando la modernità e la sensibilità di un artista che fu molto apprezzato nel suo tempo.

L’esposizione si apre con gli esordi di Orazio Gentileschi, avvenuti a Roma, in una città che, dopo le devastazioni del Sacco del 1527, si era imposta come capitale della cristianità e centro propulsore della cultura figurativa. È qui che Orazio, al secolo Orazio Lomi, si trasferisce dalla natìa Pisa, presso uno zio capitano delle guardie di Castel Sant’Angelo, da cui assume il cognome Gentileschi. Nella capitale pontificia l’artista toscano viene coinvolto come frescante nei grandi cantieri papali della Controriforma. Allo scadere del Cinquecento si colloca la Madonna con il Bambino e Santi, una delle prime sue tele note, oggi conservata alla Fondazione Palazzo Blu di Pisa, che rivela nel disegno elegante e nella calibrata disposizione delle figure, l’influenza dei modelli toscani e romani, ma nella quale inizia a distinguersi una diversa attenzione al dato naturale e alla resa luminosa, anticipando quella sensibilità chiaroscurale che lo avrebbe avvicinato al linguaggio di Caravaggio.

I primissimi anni del Seicento segnano una svolta decisiva e un cambio di registro sorprendente nel percorso artistico di Orazio Gentileschi. Il naturalismo caravaggesco si innesta così sulla solida tradizione disegnativa fiorentina, dando origine ad uno stile originale, raffinato e luminoso. Testimonianza eloquente di tale trasformazione è la grande pala con la Madonna in gloria e la Santissima Trinità, realizzata per la chiesa di Santa Maria al Monte dei Cappuccini a Torino.

Artemisia Gentileschi, Santa Maddalena, 1630-1635Olio su tela, 78,5×108 cm Beirut (Libano), Sursock Palace Collection

La mostra si sofferma anche ad analizzare l’ambiente artistico in cui si trovava ad operare: un ambito dove collaborazioni, rivalità e scambi stilistici intrecciavano le vicende di pittori di diversa formazione. Emblematico, a tal proposito, è l’episodio del processo per diffamazione intentato nel 1603 dal pittore romano Giovanni Baglione contro Caravaggio, in cui furono coinvolti quali sostenitori del Merisi anche Orazio e altri pittori.

Il 1612 fu un anno cruciale per la vita di Orazio Gentileschi e per la comunità artistica romana che venne scossa dal processo intentato proprio dal maestro pisano nei confronti del collega Agostino Tassi, accusato di aver violentato la giovane figlia Artemisia. Furono mesi trascorsi tra interrogatori, deposizioni e umiliazioni inflitte alla vittima, che rivelano non solo la drammaticità della vicenda familiare, ma anche le dinamiche del mondo artistico romano dell’epoca.

Le testimonianze del processo offrono uno spaccato prezioso del modo di operare all’interno delle botteghe nella Roma dei primi decenni.

Questo periodo fu, tuttavia, di grande intensità creativa per il pittore toscano, impegnato tra il 1611 e il 1612, proprio in collaborazione con Agostino Tassi, al Palazzo del Quirinale, nel Casino Borghese e nella realizzazione di uno dei suoi capolavori più noti, il David con la testa di Golia della Galleria Spada di Roma.

Antoon van Dyck, I tre figli maggiori di Carlo I d’Inghilterra, 1635, Olio su tela, 151×154 cm, Torino, Musei Reali – Gall. Sabauda

L’opera fornisce l’occasione per Gentileschi di confrontarsi con un tema prettamente caravaggesco, studiando l’anatomia di un corpo seminudo ambientato in un paesaggio reso con una scioltezza di tocco di derivazione veneziana.

Nella sesta sezione del percorso espositivo si rende omaggio anche ad Artemisia Gentileschi, della quale sono presentate tre opere, tra le qualila Conversione di santa Maria Maddalena di Palazzo Pitti, caratterizzata da un’espressione intensa del volto della santa e nel quale si pensa di riconoscere il suo autoritratto e, da un’attenzione all’effetto chiaroscurale che accentua la drammaticità del momento.

Orazio Gentileschi tra il 1613 e il 1625, soggiornò tra Roma, Fabriano e Genova. Del periodo marchigiano vengono presentate la Visione di santa Francesca Romana della Galleria Nazionale delle Marche di Urbino e la Santa Cecilia della Galleria Nazionale dell’Umbria di Perugia. Entrambe le opere precedono di poco il trasferimento di Orazio a Genova nel 1621, dove la sua pittura assumerà caratteri di eleganza aristocratica, riconoscibili nell’Annunciazione della Galleria Sabauda, inviata a Torino nel 1623 come dono al duca Carlo Emanuele. Dal confronto tra le due Annunciazioni emerge anche l’abilità di Gentileschi di rielaborare le sue invenzioni di maggiore successo.

Gentileschi a Genova lavora per numerose famiglie del patriziato cittadino, ottenendo un successo immediato che si riflette anche nella fortuna di soggetti molto richiesti, come dimostra Giuditta e Abra con la testa di Oloferne dei Musei Vaticani. Negli anni di permanenza del maestro toscano, nel capoluogo ligure è presente Simon Vouet che condivide con Gentileschi un’interpretazione del naturalismo caravaggesco di sensibile e raffinata eleganza cromatica e sentimentale.

Orazio Gentileschi, Madonna con il Bambino in un paesaggio, 1621-1624, Olio su rame, 30,8×23,4 cm Genova, Musei di Strada Nuova – Palazzo Rosso

Nella primavera del 1625 Gentileschi lascia la Superba per dirigersi verso la Francia, chiamato dalla regina madre Maria de’ Medici. Del soggiorno parigino di Gentileschi rimane come unica opera certa la tela con La Felicità Pubblica che trionfa sui pericoli, oggi conservata al Louvre, che evidenzia l’abilità dell’artista nel trattare temi allegorici con una luce morbida e una resa dettagliata dei tessuti.

La permanenza a Parigi di Orazio coincide, nel mese di maggio del 1625, con l’arrivo del duca di Buckingham, George Villiers, potente favorito di Carlo I d’Inghilterra che lo invita a raggiungerlo a Londra, dove il pittore arriva nel 1626, quasi sessantatreenne.

Nella capitale inglese Gentileschi incontra Antoon van Dyck, nominato pittore di corte con privilegi eccezionali, del quale viene esposto il magnifico ritratto dei tre figli maggiori di Carlo I d’Inghilterra della Galleria Sabauda. Lo stile del maestro fiammingo esercita una profonda influenza sull’ambiente inglese e sullo stesso Gentileschi, con cui intrattiene rapporti di amicizia, attestati dal celebre ritratto disegnato dallo stesso Van Dyck, ora al British Museum.

Nella corte britannica la pittura di Orazio si fa più chiara e preziosa, attenta ai valori dell’eleganza e alla grazia compositiva. Ne è esempio il Ritrovamento di Mosè del Museo del Prado, per la prima volta esposto in Italia, vertice della tarda maturità, inviato nel 1633 come dono al re cattolico Filippo IV di Spagna, nel tentativo di ottenere il suo favore e di facilitare il ritorno in patria, presso il granduca di Toscana. Il pittore rimarrà tuttavia a Londra fino alla morte, avvenuta nel febbraio del 1639.

                                                                         Patrizia Lazzarin