QUANDO I FIORI AVRANNO TEMPO PER ME

C’è un’umanità palpabile, densa, forte, fatta di sangue e di vita, di miseria immensa vissuta con tanta dignità nel romanzo di Sara Gambazza, scrittrice parmense che vive nella campagna di Noceto con il marito e i tre figli.   

La chiamavano puttana. Non era figlia, orfana di madre vecchia prima di invecchiare e di padre soltanto raccontato. Non era moglie, che Dio gliene scampasse. Non era mamma come si conviene, sebbene le sue figlie crescessero più robuste di quanto lei fosse mai stata.

Era una puttana. Bòrda per qualcuno, perché neanche un materasso ti offriva e dovevi prenderla senza far rumore, ché se svegliavi le bambine strillava come una gatta presa al laccio.

Si chiamava Anita in verità.

Sono le prime righe del suo romanzo: Quando i fiori avranno tempo per me, pubblicato da Longanesi, dove la protagonista della prima parte del racconto è Anita, costretta a prostituirsi per poter campare dopo la morte della madre, quando non le rimane che il suo corpo come unico bene.

La storia è ambientata negli anni Venti del Novecento, con l’arrivo al potere dei fascisti e si conclude con la fine della guerra. C’è la fame che attanaglia Anita e le sue figlie, pelle e ossa, che sognano il pane bianco lì al Borgo, dove abitano, poco distante dalla golena del Po.

La fame appartiene a molti lì nell’Oltretorrente, in quel quartiere povero e battagliero. Una lotta continua per la sopravvivenza che fa da contraltare allo sguardo dei suoi abitanti sul mondo, ancora capace di assaporare il sole che scalda la pelle dopo il freddo inverno.

Quando percepiamo il sentimento che lega Anita e le figlie Rosa e Ninfa, nonostante le loro dure condizioni di vita, ci sembra che anche il nostro cuore si riscaldi grazie al tepore proveniente  da una stufa a legna  mentre ci troviamo in uno stanzone freddo e gelato.

E quei fiori suggeriti dal titolo potremmo pensarli come una rossa stella di Natale, anche se nel racconto ne scopriremo altri di fiori.  Il tempo che potremmo immaginare, mentre leggiamo alcune pagine del libro, è quello che si vive a Natale dove gli uomini desiderano essere nuovamente buoni.

La storia ha tanti risvolti incredibili. Dentro le brutture di un bordello nascono amicizie e fratellanze che fanno capire come anche in questo luogo possa germogliare qualcosa di bello quando la luce dei sentimenti arriva a rischiarare e a risollevare esistenze condannate.

Ci sono poi i luoghi del sacro come la chiesa della Santissima Annunziata, realmente esistente nel Borgo, con la splendida pala raffigurante Maria e il piccolo Gesù, dove Anita e Ninfa si recano per affidarsi all’aiuto divino come ultima speranza.  E ancora … il frate “delle bombe”. Un dialogo con il sacro della povera gente che ne rivela una  spiritualità semplice, ma viva.

Nel libro si respira generosità e solidarietà nei giochi dei bambini come nella rabbia dei grandi che imprecano sfidando le avversità.

I personaggi ci pare di conoscerli e i luoghi li attraversiamo.

Ninfa con la sua straordinaria capacità di sentire la morte che arriva, sarà colei che raccoglierà, in un secondo momento il testimone di  questa storia incredibile che ha tanti pezzi di verità, parti di  un mosaico che si completa attingendo  anche al  vissuto dell’autrice.

Chi incarna o a chi potrebbe assomigliare Ninfa, la piccola ladra di libri?  Per chi non ha letto il libro è un piccolo mistero che è bene portarsi addosso, prima di cominciare a scorrere le pagine di questo romanzo capace di coinvolgerci nella vita dei suoi protagonisti.

                                                  Patrizia Lazzarin