SULLE TRACCE DI GIOTTO A ROMA

Da ieri fino al 1 novembre 2025 il Museo dell’Opificio delle Pietre Dure di Firenze accoglierà, nell’ambito del ciclo “Caring for Art. Restauri in mostra” il cosiddetto Frammento Vaticano, unico resto del ciclo di pitture murali che Giotto e la sua équipe realizzarono nel primo quarto del XIV secolo nell’antica Basilica di San Pietro in Vaticano.

“Venne Giotto dalla campagna, e con gli occhi ingenui scoperse il valore dell’umile realtà … Il primo fra gli italiani, il primo fra i cristiani, a intendere a un modo le virtù della vita domestica e della vita monastica …” Così il critico inglese John Ruskin nelle sue Mattinate fiorentine del 1877 delineava in breve la complessa vicenda di Giotto.

Chi fu Giotto e perché apparve tanto importante per la storia dell’arte? A partire da Cennini, Villani, Ghiberti, Vasari nasce la convinzione che con Giotto inizi la vera pittura italiana e con lui si chiuda la lunga fase bizantina e barbarica. Come sosteneva lo storico Roberto Salvini, l’arte di Giotto si pone come una summa “della cultura figurativa del Medioevo occidentale e orientale, una sintesi e una saldatura definitiva delle due discordi tradizioni, donde trae inizio il corso dell’arte italiana”.

Le due tradizioni sono l’eredità classica romana, con la sua pittura illusionistica e prospettica che a Roma andavano recuperando artisti come Cavallini e Torriti e la più ben egemonica arte bizantina,“greca” per gli uomini del Rinascimento, che si perpetuava nel bacino del  Mediterraneo e nell’Europa Orientale.

Il Frammento Vaticano rappresenta una rara testimonianza dell’attività romana di Giotto: si tratta di una porzione di pittura murale staccata, attualmente inglobata in un letto di gesso che ne costituisce il supporto, raffigurante due sobrie e potenti figure di santi a lungo identificate, a torto, con San Pietro e San Paolo.

L’antica Basilica di San Pietro, eretta nei primi secoli del Cristianesimo, fu progressivamente demolita a partire dal XVI secolo per far posto al progetto di Bramante e Michelangelo. Della decorazione murale trecentesca affidata al più importante pittore del tempo e la cui memoria è tramandata nelle fonti, questo frammento è l’unica testimonianza materiale, sopravvissuto per il suo valore testimoniale e devozionale e perciò conservato nel tempo con grande cura.

Un’opera, dunque di eccezionale valore storico e artistico, ora godibile pienamente dopo un complesso intervento di restauro condotto dall’Opificio delle Pietre Dure tra il 2016 e il 2019.

A partire dal 2016 l’Opificio delle Pietre Dure aveva intrapreso una minuziosa campagna di indagini diagnostiche, seguita da un attento restauro. L’intervento ha avuto come fulcro la rimozione di ridipinture e patine sovrapposte nel corso dei secoli che avevano progressivamente compromesso la leggibilità del pezzo, oscurando la raffinatezza della pittura originaria.

La pulitura ha riportato alla luce stesure delicate e finissime. Le indagini all’infrarosso hanno evidenziato la costruzione delle figure, caratterizzata da ombreggiature nette e profonde. Gli incarnati sono modellati con piccoli tocchi di pigmento – ocre e ossidi – su una base verdaccio, mentre i tratti dei volti, come nasi e labbra, sono marcati da decisi segni neri e rossi. Questa modalità esecutiva, riconoscibile e coerente con le tecniche giottesche, ha permesso di confermare l’attribuzione diretta al maestro stesso, dissipando i dubbi emersi nei decenni precedenti.

 L’accurato recupero di questa pittura, oggi leggibile nella sua autenticità, consente di inserirla con maggiore certezza nel corpus delle opere giottesche, stimolando nuove riflessioni cronologiche e stilistiche, nonché confronti con altre prove della sua attività, dalla basilica inferiore di Assisi al Polittico Stefaneschi, fino al Santo Stefano oggi conservato al Museo Horne di Firenze.

Come scrisse Serena Romano nello studio di presentazione dell’intervento: “Nella storia dell’arte medievale le certezze sono rare, le datazioni delle opere viaggiano di decenni se non di secoli, le attribuzioni sono difficili e i nomi d’artista, quando esistono, spesso nebbiosi. Quello che presentiamo oggi, dopo il magistrale restauro effettuato dall’Opificio, è invece un miracolo di storia, di conservazione, di tradizione: un miracolo che restituisce alla conoscenza pubblica quello che senza troppe cautele si può definire un grande inedito pittorico di Giotto e, per altri versi, un concentrato di vicende storiche eccezionali, ed eccezionalmente documentate”.

                                              Patrizia Lazzarin