QUATTRO VOLTE ME DI MARIA LAZAR
LA RISCOPERTA DELL’AUTRICE VIENNESE

Le parole avvolgono le cose, le persone, la Natura nella prosa di Maria Lazar, stringendole e facendone sprizzare nell’aria i colori, gli odori. Quattro volte me, Viermal Ich, il romanzo dall’autrice nata a Vienna a metà degli anni Novanta dell’Ottocento e pubblicato recentemente dalla casa editrice tedesca Das vergessene Buch che ha recuperato i suoi manoscritti, era rimasto per oltre sei decenni in due casse di metallo sotto una grande trapunta nel soggiorno della famiglia Dunmore, a Northampton.
Il libro è stato pubblicato quest’anno in Italia, da Adelphi, grazie alla traduzione di Laura Ragone, portando alla luce una scrittrice che fin dai suoi esordi si era fatta conoscere per il suo stile nel mondo culturale austriaco della prima metà del Novecento.
Nata in una famiglia dell’alta borghesia ebraica, Lazar fa il suo ingresso nella letteratura tedesca con il romanzo: L’avvelenamento, nel 1920. Essa è stata scrittrice, giornalista, drammaturga e traduttrice e nelle sue opere ha saputo descrivere la frammentarietà della società del suo tempo, cogliendone i cambiamenti. La sua lingua caustica e pregnante si può inserire di diritto nella corrente dell’espressionismo letterario di area mitteleuropea.
Amica di Robert Musil, a cui non sfuggirono lo sguardo implacabilmente disinvolto e l’agile potenza metaforica dell’autrice, il suo volto fu anche immortalato più volte dal celebre pittore Oskar Kokoschka; anche questo fatto, testimonianza della sua rete di relazioni. Fra esse il suo insegnante Adolf Loos, Ioseph Roth che scriveva assieme a lei per il famoso quotidiano viennese Der Tag ed altri autori conosciuti come Hermann Broch.
La riscoperta dell’autrice è avvenuta dopo mezzo secolo di oblio ed essa mostra il suo peso. Il suo nome era scomparso dalle storie della letteratura e dai dizionari specialisti. Si è resa possibile grazie all’invito rivolto nel 2022 dalla nipote Kathleen Dunmore al curatore Albert C. Eibl.

Fino alla morte della madre Judith nel 2020, Kathleen aveva preferito non aprire quei bauli che racchiudevano l’opera omnia di Maria Lazar. Le cause si rintracciano nelle vicende dolorose che hanno circondato la vita di Maria, a partire dalle sofferenze patite per il mancato successo e pubblicazione di tante sue opere che ne provocò anche il suicidio nel 1948, a cui si aggiungono il ricordo delle zie nubili uccise in un campo di sterminio bielorusso.
In una Vienna degli anni Venti la voce di Maria Lazar suona come una denuncia per una mancata e, solo al contrario, apparente emancipazione femminile. Le voci di quattro giovani ragazze, prima ancora bambine e poi donne, Grete, Anette, Ulla e la narratrice che si sdoppia nell’Estranea ci svelano la complessità dell’essere “femmine”, quasi potremmo dire lo straniamento che si origina fin da piccole nel cercare un riconoscimento, un’attenzione veritiera nel mondo sociale.
Forse è la parte più istintiva che viene sempre catturata dal soggetto maschile nell’avvicinamento all’altro sesso. E lo sguardo che cerca amore della protagonista che si confonde con le altre amiche nell’anelare ad esso, sembra ancora una volta racchiudere gli orizzonti femminili nello stretto ambito della famiglia, dove solo ancora la donna finisce per trovare un significato.
Donne erotizzate o monache. L’ambivalenza oscilla ancora nelle menti e l’individuo maschio in questa epoca storica non supera la banalità di un clichè comportamentale che pareva cose d’altri tempi.
Un universo di donne narrato attraverso la sensibilità di una scrittrice che sembra strappare ed afferrare la concretezza del mondo circostante per farcela assaporare come un frutto aspro, raramente morbido e soffice.
Patrizia Lazzarin

