
Guardare, facendosi strada tra le lacrime del cielo che hanno iniziato a cadere in un crescendo sonoro. Gocce di pioggia che possono gonfiare, trasformare cose e vestiti. La pioggia traccia il suono dell’interiorità, ricco di echi lontani, su un software dedicato.
Saul Leiter. Una finestra punteggiata di gocce di pioggia, l’esposizione che apre domani al pubblico negli spazi del Centro Culturale San Gaetano, nel suo svolgersi evidenzia, da subito, in modo sensoriale il gusto ed una delle caratteristiche di questo fotografo nato a Pittsburgh nel 1923 e trasferitosi a 23 anni, a New York.
Un’anima errante che non fece parte di quelle famose associazioni di fotoreporter di Photo League o della scuola di New York, né del movimento della fotografia di strada, né dell’espressionismo astratto. Uno spirito libero che si faceva trascinare dall’incanto dell’osservazione.
Le gocce di pioggia riempiono spesso le sue foto che hanno la prerogativa di cogliere frammenti di realtà come quel grande ombrello colorato che copre volto e corpo di donna che indossa delle scarpe a spillo che rimandano per forme e tinte, al paracqua della giovane di cui ci interroghiamo sulla sua identità, volutamente nascosta.

Frammenti di vita catturati nello scorrere del tempo, pezzi di un mosaico di cui ci si interroga se potrà mai essere completato e in quale modo. Pittura e fotografia si stringono, a volte le punte della dita per creare un’immagine ricca di pathos sentimentale. Saul Leiter fu anche pittore. Nel suo archivio, come in mostra, troviamo dipinti, fotografie a colori o in bianco e nero e fotografie dipinte su cui Leiter sarebbe poi tornato come uno scrittore su un manoscritto che non è stato ancora finito.
Nei suoi piccoli quadri e foto vi sono frammenti di carta strappata o fotografie ritagliate in un modo che potrebbe ricordare i Dadaisti. I dadaisti abbatterono il confine tra le arti fondendo discipline diverse. Essi sostenevano che qualsiasi oggetto potesse diventare un’opera d’arte attraverso l’intervento artistico. Se si applica questo pensiero a Leiter, potremmo affermare che egli coglieva nelle sue immagini frammenti di realtà, in apparenza insignificanti e li elevava a statuto d’arte.
Figlio di un noto rabbino, Saul Leiter aveva abbandonato gli studi religiosi per dedicarsi all’arte. Arrivato a New York, si stabilì nel Greenwich Village e divenne amico di artisti come Barnett Newman, Robert Motherwell, Ad Reinhardt, Willem de Kooning, Jackson Pollock, Mark Rothko, Louise Bourgeois … gli stessi che consideravano l’astrazione proprio come un mezzo per eludere le leggi ebraiche in tema di figurazione. I fotografi W. Eugene Smith e Pousette-Dart incoraggiarono poi Leiter, ad entrare nel mondo della fotografia per mantenersi. Egli nel 1948, fu tra i primi ad iniziare a fotografare a colori.
A partire dal 1951 pubblicò alcune delle sue immagini su riviste come LIFE ed espose dall’anno successivo regolarmente i suoi dipinti alla Tanager Gallery. Dopo aver vissuto un periodo di successo nella fotografia della moda, negli anni ’70 se ne allontanò. Spesso visse in condizioni di precarietà, facendone un’abitudine di vita.
La pubblicazione della monografia Early Color segnò la sua riscoperta internazionale, battezzandolo pioniere della fotografia a colori. Dopo la sua morte nel 2013, Margareth Fox scrisse nel New York Times: “Delle decine di migliaia di immagini che ha scattato … la maggior parte rimane non stampata”. Ora è la Saul Leiter Foundation a promuovere il suo archivio costituito da una miriade di foto, dipinti e oggetti personali.

A Padova vedremo 126 fotografie in bianco e nero, tra stampe vintage e moderne, 40 fotografie a colori, 42 dipinti, 5 riviste originali dell’epoca e un documento filmico.
Leiter ha “osservato” la New York del secondo dopoguerra cogliendone gli aspetti più intimi.
Ha spiegato la curatrice Anne Morin: “Leiter si divertiva con ciò che vedeva. Non era interessato al carattere egemonico di New York o alla sua mostruosa modernità. Egli inventava giochi ottici, intrecci di forme e piani che nascondono e rivelano ciò che si cela negli intervalli, nelle vicinanze, nei margini invisibili”.
Scelse come metodo non quello documentaristico. Le sue foto si possono paragonare ad haiku, brevi poesie giapponesi che catturano un momento preciso e lasciano spazio all’interpretazione.
Fra i negativi rimasti inediti, nel 2018 sono stati scoperti una serie poco nota di nudi in bianco e nero, scattati fra la fine degli anni ’40 e i primi anni ’60, che hanno come protagoniste le donne della sua vita.
L’esposizione viene realizzata da Vertigo Syndrome in collaborazione con diChroma photography.
Patrizia Lazzarin
